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sabato 21 febbraio 2009

Altre notizie sull’albero del NEEM

IL NEEM NELLA TRADIZIONE

Fonte: http://www.joytinat.it/Neem.htm

Nella tradizione Indiana il Neem occupa un posto di prestigio fin dai tempi in cui furono composti i Veda; era chiamato “Sarva Roga Nivarini” che vuol dire “uno che può curare tutte le malattie e tutti i malati”; già da allora la tradizione santifica ed incoraggia l’uso di questa pianta.

Foglie di Neem vengono tenute in bocca al ritorno dai funerali; un decotto di foglie di Neem, fiori, jaggery e mango fresco viene bevuto al primo dell’anno per la salvaguardia della salute; il Mahatma Gandhi aveva inserito le foglie di Neem nella Sua dieta quotidiana (sembra per il potere “raffreddante”); quando in una abitazione c’è un ammalato, sulla porta si espone un ramo di Neem per accelerarne la guarigione.

Una legenda:
“Una figlia voleva fare un lungo viaggio ma la mamma, pur non condividendo, viste le insistenze, acconsentì ad una condizione: nel viaggio di andata la figlia avrebbe dovuto dormire sotto un albero di Tamarindo (mitologicamente vi vivono i demoni), mentre nel viaggio di ritorno avrebbe dovuto dormire sotto un albero di Neem. Al quarto giorno di viaggio, dopo aver dormito sotto un albero di Tamarindo, la giovane fu colta da febbre e si ammalò; non potendo proseguire, decise di tornare. Nel viaggio di ritorno, come promesso, dormì sotto l’albero di Neem ed al terzo giorno era guarita”.

A puro titolo di accenno:
nell’ Astangahrdaya Samhita di Vagbhata compare fra i componenti di preparati contro febbre, vomito, lebbra, veleno, prurito, malattie urinarie, ferite;
durante la gravidanza, per promuovere il corretto sviluppo del feto;
in preparati contro paralisi, tumori della parte inferiore, emorroidi, tisi, inappetenza, malattie cardiache, pazzia, epilessia;
anche nel Caraka Samhita contro il vomito, contro problemi di pelle, edemi, come antiprurito, per alleviare la febbre, contro il deperimento, tosse, alterazioni della regione scapolare.


IL NEEM IN AGRICOLTURA:
Il nome persiano del Neem è Azad-Darakth che tradotto vuol dire Albero Libero.
Fin dal 1930 circa in tutto il mondo si è progressivamente diffuso l’interesse per lo studio delle possibilità di utilizzo del Neem in agricoltura, come insetticida, pesticida ecc.; i risultati decisamente incoraggianti di tali ricerche hanno consentito di isolare specifici costituenti utilizzabili come base per la realizzazione di quei prodotti.
Fra quei costituenti vi è l’Azadiractina che ha dimostrato azione repellente sugli insetti.
Dal 1970 in poi alcune imprese Statunitensi e Giapponesi cominciarono a richiedere brevetti su questa ed altre sostanze estratte dal Neem, fino a che le richieste di brevetti sono salite ad oltre 40.
Il problema è degenerato fino a che nella regione meridionale Indiana del Karnataka più di 500.000 agricoltori manifestarono contro il brevetto sulla vita, brandendo rami di Neem.
In seguito il Governo Indiano, grazie all’intervento di Tribunali internazionali, è riuscito a far revocare alcuni brevetti.
A sostegno della posizione Indiana è intervenuto anche il Parlamento Europeo.


CONCLUSIONI:
Laddove ce ne fosse necessità, ancora una volta possiamo constatare che quanto affermato dall’Ayurveda, anche a proposito del Neem, trova ampio riscontro e riconoscimento, sempre a posteriori, da parte della Scienza Occidentale moderna che purtroppo, invece di dimostrare apprezzamento e gratitudine tenta, con dolo, di appropriarsi di qualcosa che l’India ha già donato generosamente all’Umanità

Fonte: http://www.joytinat.it/Neem.htm

L’albero del NEEM, gli usi medicamentosi



Notizie tratte da: www.neem.it

Utilizzi del prodotto

Si consiglia sempre di verificare con il proprio medico e/o terapeuta la compatibilità dei prodotti con le cure e le terapie già in essere e per eventuali reattività personali

Uso interno:

Prestare cautela nell’uso della tintura madre. per la forte azione del Neem, specie se usata con bambini, donne in gravidanza o in allattamento.

Consultare il medico in caso di dubbi e situazioni particolari.

Anti – batterico
Appare significativo l’effetto su diversi ceppi batterici, sia Gram-positivi e Gram-negativi ed, in particolare, sullo Stafilococcus aureus, sullo Streptococcus pyogenes sulla Salmonella e l’Escherichia coli.

Candidosi vulvo-vaginale
Versare alcune gocce su un tampone e inserirlo in vagina. Rimuoverlo dopo 2-3 ore e ripetere più volte durante la giornata.
Applicare l’olio puro all’esterno e in profondità nella vagina in concomitanza.

Candidosi orale o mughetto
Miscelare in parti uguali la tintura madre e liquirizia in acqua e usare come collutorio ogni 3-4 ore.

Cuore
Il Neem tende a ritardare la coagulazione del sangue e a contrastare l’alta pressione.

Diabete
Le foglie di Neem sono usate da sempre come rimedio tradizionale per il diabete e questa loro caratteristica è stata ora provata scientificamente, anche per gli aspetti di prevenzione.
Il diabete è un disordine incurabile e cronico del metabolismo che si sviluppa quando il pancreas non è più in grado di produrre sufficienti quantità di insulina. Il livello di glicemia nel sangue si eleva rapidamente mentre il corpo è incapace di usare l’energia contenuta nello zucchero. Il diabete danneggia i nervi, le reni, il cuore e le arterie, causa cecità e possibili amputazioni.
L’assunzione orale di estratto delle foglie di Neem può ridurre in modo significativo le richieste di insulina per le persone insulino-dipendenti e l’accrescimento dello zucchero nel sangue.
Utilizzare 5-8 gocce di tintura madre per cercare di ridurre l’insulina e stabilizzare il livello glicemico.
Considerare l’assunzione di MSM.

Epatite B
La tintura madre. contribuisce a contrastare il virus che causa l’epatite.

Flatulenza e Meteorismi
Almeno due volte durante la giornata.

Funghi intestinali
Utilizzare la tintura madre per alcune settimane.

Gengiviti
Aggiungere una goccia al dentifricio. Per i risciacqui addizionare 1-2 gocce all’acqua.

Gola
Gargarismo con 2-3 gocce almeno sei volte al di per contrastare l’infezione causata da virus e batteri.

Infezioni urinarie
Tintura madre e aglio in capsule.

Orecchie
Per intervenire sul dolore, applicare 2-3 gocce di tintura madre. o inserire un batuffolo, non troppo in profondità, imbevuto con alcune gocce di tintura madre: e olio di Neem.
Con l’eliminazione dei batteri che causano il problema, si avrà un forte contrasto all’infezione e al dolore.

Stanchezza
Effetti positivi se impiegata per almeno 20-30 giorni.

Stipsi
Tintura madre e l’alga carrighenani per almeno sessanta giorni per cercare di riottenere una naturale mobilità intestinale.
Ripetere il ciclo dopo 2-3 mesi di pausa.

Stomaco
Efficace per bruciori e dolori.

Ulcere Peptiche – Duodenali e Gastriti
Il Neem è considerato, dalla medicina ayurvedica, come un valido rimedio ai problemi da ulcere e gastriti e questo risulta ora comprovato dall’assunzione dell’estratto delle foglie e dall’olio dei semi, iniziando con una dose minima sino a salire alla dose che dimostra di migliorare la propria situazione.
Offre una protezione e contrasta le lesioni gastriche duodenali.

Vitalità
Si può ottenere una maggior resistenza ai raffreddori e alle affezioni respiratorie, specie nella terza età.


Uso esterno:

ACARI (anche della scabbia): cospargere e massaggiare tutto il corpo e/o spruzzare sul letto un prodotto a base di Neem.

ACNE: causato dallo Stafilococcus aureus, contro cui il Neem è molto potente. Irrorare le eruzioni e massaggiare delicatamente: disinfezione, drenaggio, cicatrizzazione, sparizione dei dolori, avvengono in tempi brevi.

AFFEZIONI ALLE VIE RESPIRATORIE: le esalazioni del Neem hanno effetti balsamici. Si può usare l'olio per aromaterapia e nebulizzazioni.

ARTRITE: a molte persone l’olio da foglie riduce l’infiammazione causata dall’artrite, con un massaggio delicato e prolungato.

ARTROSI CERVICALE: coadiuvante del massaggio specifico, diminuisce i tempi di abbattimento del dolore.

BRONCHITI: vedi "affezioni alle vie respiratorie".

CALLI: massaggio a lungo con l’olio che idrata ed ammorbidisce.

CAPEZZOLI SCREPOLATI: umettare e massaggiare con una o più gocce (comprendendo le areole). Per donne in allattamento non va usato questo olio per via del sapore amaro poco gradito al poppante.

DEODORANTE funzione: l'olio di Neem inibisce o distrugge la flora batterica responsabile della decomposizione delle secrezioni (proteine e grassi) della pelle, con relativi cattivi odori.
Cospargere e massaggiare soprattutto le zone ascellari, inguinali, anali. Naturalmente, se l'olio è quello da semi e non addizionato con essenze profumate coprenti, si sentirà il suo caratteristico, forte aroma (dovuto anche ai suoi composti di zolfo, come nell'aglio).
Esperimenti in clima caldo umido (il più critico), hanno mostrato la possibilità di esenzione dal consueto cattivo odore ascellare per almeno tre giorni (senza il lavaggio quotidiano).
Camicie e giacche, di conseguenza, acquistano solo un leggero sentore di Neem in corrispondenza delle parli trattate.

DOLORI ARTICOLARI (da artrosi, artriti, strappi): miscelato a olio di mandorla (Neem dal 30 al 50%) per consentire, a parità della necessaria quantità di Neem, massaggi più prolungati.
ECCHIMOSI (da contusione): umettare e massaggiare con una o più gocce, secondo estensione. Si attenueranno o spariranno i dolori e si abbrevierà il tempo di ripristino.

ECZEMA: irrorare e massaggiare delicatamente escrescenze e croste, ogni giorno, fino al ripristino della pelle.
EDEMI-EMATOMI: cospargere e massaggiare. A seconda della causa, l'effetto sarà totale o coadiuvante di azione medicinale per via interna. In ogni caso si avrà un effetto drenante.

EMORRAGIE DAL NASO: se dovute a fragilità dei capillari, massaggiare l'interno delle narici, fin dove possibile, con una o due gocce per narice (in assenza di fuoruscita di sangue).

EMORROIDI: spargere con delicatezza e far assorbire (in assenza di fuoruscita di sangue). Si attenueranno progressivamente i dolori come i gonfiori e si avrà un rinforzo delle mucose, che tenderanno sempre meno a lacerarsi.

ERITEMA DA PANNOLINO: usare senza problemi l'olio di Neem, anche la crema e la saponetta risultano molto efficaci per ridurre in breve tempo il rossore e l'irritazione della pelle.

FERITE (graffi, escoriazioni, tagli, lacerazioni): tamponata la fuoruscita di sangue, spargere l'olio e massaggiare con molta delicatezza. Si avrà una potente azione antisettica, la sparizione o attenuazione del dolore (secondo tipo ed entità della ferita), una più veloce cicatrizzazione e ripristino della pelle. L'olio non dà il minimo bruciore, neanche sulla carne viva (è quindi ideale per l'impiego sui bambini).FORFORA: massaggiare il cuoio capelluto con alcune gocce di olio (più i capelli sono folti e lunghi e più ne accorreranno). Di solito la causa é interna all'organismo, ma, anche se non viene rimossa, si elimina almeno questa sgradevole manifestazione esterna. Tuttavia è bene provvedere anche a una cura interna.

FORUNCOLOSI: in ogni caso irrorare e massaggiare per disinfettare, drenare, cicatrizzare e togliere pruriti e dolori.

GELONI: cospargere di olio e massaggiare. Ripetere fino a sparizione.GENGIVITI (e altre infiammazioni dei cavo orale): in assenza di dentifricio al Neem, aggiungere una goccia d'olio a un comune dentifricio sullo spazzolino da denti. Per risciacqui si può mettere in bocca un po' di dentifricio con 1-2 gocce d'olio, poi l'acqua necessaria. In ogni caso cesseranno i dolori. Il gusto amaro dell'olio sarà bilanciato da un dentifricio "dolce".

GHIANDOLE SUDORIFERE infiammazione: irrorare e massaggiare la pelle nella zona sovrastante alle ghiandole.
HERPES LABIALE E CORPOREO: irrorare con una o più gocce (secondo estensione) e massaggiare delicatamente le eruzioni, che saranno drenate, mentre spariranno in pochissimo tempo bruciori e dolori. Poiché l'olio é molto amaro, operare con precisione sulle labbra, per evitare di "mangiarlo".

IGIENE GENITALE: applicare sulle parti su cui si forma flora batterica (es.: prepuzio/glande del pene) e massaggiare.

INSETTIFUGA funzione: in assenza del prodotto specifico a base di Neem (e se non dà fastidio il forte aroma dell'olio puro), spargere e massaggiare sulle parti da proteggere, fino a completo assorbimento (non si ungeranno vestiti e lenzuola). Per lo più si noterà che gli insetti (soprattutto le zanzare) tenderanno a volare vicinissimi alla pelle "trattata" senza posarsi. In luogo aperto e ventilato, dove l'esalazione dalla pelle è meno intensa, può succedere che qualche zanzara si posi e cerchi di pungere, ma, iniziata la penetrazione, sentirà l'effetto dei Neem nella pelle impregnata e interromperà l'azione. Si vedrà sulla pelle un segno leggero senza rigonfio (e prurito).

IRRITAZIONI DELLA PELLE (anche con arrossamenti): un massaggio delicato con questo olio, risolve e toglie anche il bruciore.L'azione è idratante, ammorbidente, lenitiva, disinfettante. Nel caso di neonati e infanti (attrito dei pannolini, contatto prolungato con urina e feci) l'olio di Neem è garanzia di assoluta tollerabilità da parte della loro pelle tanto delicata.

LABBRA SCREPOLATE: umettare e massaggiare con una o due gocce, come per "herpes labiale" (vedi).

NERVOSISMO: in molti casi, l'esalazione dell'olio, se inalata, agisce da calmante dei sistema nervoso centrale e l'olio può essere impiegato per aromaterapia. Il forte aroma che alcuni potrebbero non gradire, può essere coperto dall'aggiunta di altri oli aromatici (es.: limone).

PEDICELLI (escrezioni lipidiche): irrorazione e massaggio hanno un effetto drenante e, col tempo, essiccante.

PELLE SECCA: può dipendere da molte cause, ma il trattamento (irrorazione e massaggio) é sempre efficace.
PIAGHE DA CARENZA DI VITAMINE: anche se la soluzione radicale consiste nell'assunzione delle vitamine carenti, almeno l'olio provvede alla riparazione dei tessuti e all'abbattimento di dolori e bruciori.PIDOCCHI: cospargere e massaggiare capelli (meglio se tagliati corti) e cuoio capelluto. Vengono distrutte subito le uova e in breve tempo i parassiti. Molto indicato e sicuramente efficace lo shampo.

PIEDE D'ATLETA: le desquamazioni interdigitali dei piedi, dovute al fungo Tricophyton, spariscono in pochi giorni così come le lesioni più profonde, anche dolorose. Dopo l'applicazione si ha un gradevole senso di frescura tra le dita.

PRURITO EPIDERMICO (anche anale e genitale): spargere l'olio e massaggiare (l'effetto lenitivo si ha anche se non vengono rimosse le cause, che richiederanno cure specifiche).

PSORIASI: il Neem è particolarmente efficace in questo trattamento durante il quale idrata e protegge la pelle, mentre opera per eliminare i batteri e guarire l'irritazione, la desquamazione, le lesioni. Si consiglia inizialmente di lavarsi con sapone al Neem (o shampo se la pelle è molto sensibile) per uccidere i batteri e rimuovere le cellule morte.

PUNTURE DI INSETTI E PARASSITI: se non si è protetta prima la pelle, applicare e massaggiare sopra e intorno ai rigonfi, che caleranno in breve tempo, mentre spariscono quasi subito pruriti o dolori. Se i rigonfi vengono rotti, cicatrizzeranno in poco tempo.

RAFFREDDORI DA VIRUS: se derivati dall'impianto di virus nelle narici, massaggiarne l'interno con una o due gocce d'olio.E' meglio però farlo preventivamente (in stagione e luoghi a rischio) per tener disinfettata la parte.

SCOTTATURE LEGGERE: massaggiare con una o più gocce l'area interessata, delicatamente: il bruciore cesserà in pochi minuti.

SCOTTATURE PESANTI: (ustioni con bolle e ulcerazioni anche motto estese e dolorose) spargere l'olio con delicatezza sulle parti interessate che saranno così idratate, disinfettate, drenate e protette da contaminazioni. Ripetere l'applicazione mano a mano che l'olio viene assorbito. Non massaggiare se i dolori sono forti e le ulcerazioni profonde.

SCOTTATURE SOLARI (con eritemi più o meno intensi: se con ulcerazioni, vedi "scottature pesanti"): vedi "scottature leggere". Si avrà anche il vantaggio di un effetto insettifugo.

STRAPPI MUSCOLARI: per abbattere i relativi dolori, massaggiare a lungo con la necessaria quantità di olio. Per zone estese miscelare con olio di mandorla (vedi "dolori articolari").

UNGHIE E PELLICINE protezione e rinforzo: umettare e massaggiare a lungo.

VENE VARICOSE: irrorazione e massaggio (delicato) della zona interessata attenuano o tolgono i dolori, ridanno spessore alla pelle, rinforzano la rete capillare superficiale.

VERRUCHE: irrorazione e massaggio ammorbidiscono, drenano, riducono.

Notizie tratte da: www.neem.it

L’albero del NEEM, “la farmacia del villaggio”


Notizie tratte da: www.neem.it

Il Neem è un albero della famiglia delle Meliaceae nativo dell'India e della Birmania. Questa pianta ha numerose proprietà medicamentose, tanto che in India lo chiamano "la farmacia del villaggio".

Per secoli gli Indiani sono ricorsi a questa pianta per curare dolore, febbre e infezioni. Credendo che il Neem aiuti a depurare il sangue, all'inizio di ogni anno molti indù ne mangiano qualche foglia. Inoltre si puliscono i denti con i suoi rametti, curano i disturbi della pelle con il succo ricavato dalle foglie e ne bevono l'infuso come tonico.

Negli ultimi anni gli scienziati hanno manifestato crescente interesse per il Neem e per le sue numerose proprietà curative. Tuttavia una relazione scientifica che illustra i possibili impieghi di questa pianta avverte: “Anche se pare che le possibilità siano quasi illimitate, non si sa ancora nulla di preciso sul neem.
Nondimeno la relazione dice anche: “Due decenni di ricerche hanno messo in luce risultati promettenti in così tanti campi che questa oscura specie potrebbe tornare enormemente utile sia ai paesi poveri che a quelli ricchi. Perfino alcuni dei ricercatori più cauti dicono che il 'neem merita di essere definito una pianta portentosa'”.

Nel Neem sono stati identificati più di 40 composti attivi e le sue principali proprietà sono:

- anti-infiammatorie, come contrasto o per la diminuzione dell’infiammazione o dei suoi effetti;
- anti-piretiche, per la diminuzione della febbre e del calore interno;
- anti-elmintiche per aiutare la distruzione interna e esterna dei parassiti, vermi, funghi e muffe;
- anti-virali,in quanto inibisce lo sviluppo dei virus e previene che essi entrino e infettino le cellule;
- anti-sebarroiche;
- purificatrici del sangue, con forte effetto disintossicante generale;
- astringenti per rendere solidi i tessuti e gli organi;
- epato-protettrici;
- eliminatrici di amebe, di larve e nematodi.


Una farmacia chiamata Neem

Il Neem è utile alle persone in molti modi.
I semi e le foglie contengono dei composti che hanno rivelato proprietà antisettiche, antivirali e fungicide. Secondo alcuni, potrebbe essere efficace contro le infiammazioni, l'ipertensione e le ulcere. Si dice che medicinali ricavati da estratti del Neem combattano il diabete e la malaria.
Una sostanza ricavata da questa pianta, detta salannina, è un forte repellente per certi insetti che pungono. È in commercio un insettifugo contro mosche e zanzare ricavato dall'olio di Neem.
Il Neem è utile per l'igiene della bocca. Milioni di indiani staccano ogni mattina un rametto di questa pianta, ne masticano l'estremità per ammorbidirla e poi si strofinano i denti e le gengive. Le ricerche indicano che ciò è utile perché le sostanze contenute nella corteccia hanno un forte potere antisettico.
L'olio ricavato dalla pianta è un potente spermicida e si è dimostrato efficace per ridurre la natalità degli animali da laboratorio. Esperimenti effettuati su scimmie fanno pensare che i composti ricavati da questo albero potrebbero anche portare alla produzione di una pillola anticoncezionale per gli uomini.


Il Neem è detestato dagli insetti

Agli abitanti dell'India è noto da tempo immemorabile che le foglie del Neem allontanano gli insetti molesti; per questo mettono foglie di Neem nei letti, nei libri, nei recipienti, nelle credenze e negli armadi.
Nel 1959 un entomologo tedesco e i suoi allievi, dopo avere assistito nel Sudan a un'impressionante piaga di locuste, che divorarono le foglie di tutti gli alberi tranne quelle del Neem, si misero a studiare questa pianta con grande impegno. Gli scienziati hanno appreso da allora che il complicato arsenale chimico del Neem è efficace contro oltre 200 specie di insetti, come pure contro vari acari, nematodi, funghi, batteri e perfino diversi virus.
I ricercatori hanno fatto un esperimento, mettendo in un contenitore foglie di soia insieme a coleotteri giapponesi. Metà di ciascuna foglia era stata irrorata con estratto di Neem. I coleotteri hanno divorato la metà non irrorata di ogni foglia, ma non hanno toccato le parti trattate. Sono morti di fame piuttosto che mangiare anche piccole parti delle foglie trattate.
Esperimenti di questo tipo fanno pensare alla possibilità di produrre un pesticida poco costoso, non tossico e di facile preparazione in alternativa a quelli sintetici.
Nel Nicaragua, per esempio, gli agricoltori mettono nell'acqua semi tritati di Neem: 80 grammi di semi per ogni litro d'acqua. Tengono a bagno per 12 ore i semi pestati, li scolano e poi irrorano le colture con quest'acqua. I prodotti ricavati da questa pianta non uccidono direttamente la maggioranza degli insetti. Questi spray alterano i processi vitali dell'insetto, che alla fine non riesce più a nutrirsi, riprodursi o fare la metamorfosi. Ma anche se i prodotti ricavati dal Neem sono efficaci contro gli insetti, non sembra che siano nocivi per gli uccelli, gli animali a sangue caldo e gli esseri umani.


Pulizie domestiche
E’ facilmente possibile creare un deodorante-disinfettante semplicemente utilizzando 1 cucchiaino di olio puro di Neem in 1 tazza di acqua calda/tiepida in una bottiglia spray sia per il bagno che la cucina : si uccideranno batteri, germi e funghi.
Aggiungere due cucchiai di olio in un secchio d’acqua usato nelle pulizie, per ottenere un forte effetto repellente a tutti gli ospiti visibili e occulti indesiderati.


Notizie tratte da: www.neem.it

lunedì 19 gennaio 2009

Una curiosa notizia dallo Zimbabwe

Gli africani non finiranno mai di stupirci!

L’autista di un furgone per il trasporto di malati di mente si concedeva una birra in un bar clandestino di Harare, quando però si rimetteva alla guida del mezzo scopriva che i 20 passeggeri, tutti psicopatici pericolosi, erano riusciti a forzare le chiusure e a scappare. Spaventato dai possibili esiti della sua negligenza, l’uomo aveva una brillante idea, si accostava alla fermata dell’autobus ed offriva una corsa gratuita a 20 dei passeggeri in attesa.

Riempito così il mezzo si dirigeva senza esitazioni al manicomio di Bulawayo, dove consegnava gli ignari passeggeri al personale addetto al ricevimento, ottenendo la scarico dei presunti malati di mente. Solo dopo tre giorni di permanenza nel complesso ospedaliero l’inganno veniva scoperto e le sventurate vittime potevano ritornare in libertà.

UGO

Articolo tratto da: “Guide supereva”

venerdì 12 dicembre 2008

Poveri Masai! (A ognuno il proprio Dio!)




Mi capita spesso di spulciare il web alla ricerca di informazioni e curiosita’ relative al Kenya e all’Africa in generale… ogni tanto trovo qualcosa di interessante, altre volte qualcosa di completamente inutile, altre volte invece qualcosa che mi sorprende e che mi sbalordisce…

Lo scritto che segue e’ stato scaricato dal sito http://www.watchtower.org/. Leggetelo. Io son rimasto senza parole:

“Oggi le comunità masai dell’Africa orientale vengono raggiunte dal ministero dei testimoni di Geova. Oltre 6.000 copie dell’opuscolo Vivere sulla terra per sempre! sono state stampate in lingua masai. Così i masai sono aiutati a capire la differenza tra le superstizioni prive di fondamento e la verità biblica. È davvero rincorante vedere che il nostro Creatore, Geova Dio, offre a questo popolo unico e pittoresco l’opportunità di unirsi a “ogni nazione e tribù e popolo e lingua” per sopravvivere alla distruzione di questo sistema di cose turbolento. — Rivelazione (Apocalisse) 7:9.”

Personalmente, trovo cio’ che stanno facendo i testimoni di Geova sia una cosa inutile e ridicola, oltre che dannosa e pericolosa.

Perche’ mai andare da una comunita’ orgogliosa e fiera di essere cio’ che e’, loro che hanno rifiutato l’idea di sviluppo “all’occidentale” e il compromesso di modernita’ dettato dal consumismo-capitalismo, loro che vivrebbero ancora di baratto e la cosa piu’ importante e preziosa che possono avere e’ il bestiame e le loro tradizioni, perche’ mai andare dai Masai con l’intenzione di redimerli? Ma redimerli da cosa? Cosa hanno mai fatto i Masai per meritarsi questo insulto e ricevere questa violenza?

Cosa serve andare in Africa dai Masai per “aiutarli a capire la differenza tra le superstizioni prive di fondamento e la verita’ biblica”? Chi sono i testimoni di Geova per poter dire e fare questo? Chi ha dato a loro questo potere? Dove sta la loro intelligenza e il loro buon senso? Dove sta la loro fraternita’ e il loro amore per Dio? Per quale Dio?

Ognuno e’ - o dovrebbe - esser libero di professare la propria religione e di pregare il proprio Dio. Ognuno. In ogni parte del mondo. Qualsiasi sia il proprio Dio.

Personalmente non ho nulla contro i testimoni di Geova, perche’ anche la chiesa cattolica ha fatto (e sta facendo tutt’oggi) altrettanto (con altrettanti danni) in ogni parte di mondo… la chiamano evangelizzazione… e cosi, comunita’ tribali e remote, distanti anni luce dalle scritture della Bibbia, si ritrovano a pregare per un Dio che non gli appartiene… magari in cambio di un pozzo per l’acqua o di una scuola o di un ospedale…

Ma cosa avranno mai fatto i Masai per meritarsi questo? Possibile che nel 2008 possan succedere ancora di queste cose?


Roberto

(Info tratta da: http://www.watchtower.org/i/20020222/article_01.htm)

giovedì 11 dicembre 2008

A testa alta o la difficile arte di portare i pesi



Una passeggiata con sedie, vasi e asciugamani sulla testa. Una donna sudafricana percorre chilometri per arrivare al suo villaggio, dove mostrerà alla famiglia ciò che ha comprato. Messo sul capo, ogni carico risulta essere più leggero: secondo gli scienziati, infatti, ciò che è posto sulla testa “pesa meno” e fa risparmiare energia. I più abili sono i porter dell’Himalaya: in salita, a passo disteso, portano carichi che superano anche del doppio il loro peso. E sono più efficienti dei soldati che marciano con lo zaino in spalla. A conoscere questo principio sono in tanti: dai pescatori del Gambia, che si caricano pesce e bilance di ferro sopra il cappello, fino alle donne iraniane che si destreggiano nei mercati con in testa un vassoio di bicchieri. I bambini, invece, preferiscono portare sul capo gli agnellini stanchi di camminare. In India, la testa serve per evitare il contatto con i materiali tossici: nello stato di Gujarat le donne trasportano pezzi di amianto lontano dai figli. Le donne africane hanno in testa la famiglia: un cesto di frutta da vendere e, legato alla fronte, un kikoi per portare con sé il figlio da allattare.

Articolo tratto da GEO, una nuova immagine del mondo - N. 9

mercoledì 3 dicembre 2008

I dhows dell’Oceano Indiano (2)








di Stefano Ruia

Proviamo ora a fornire alcune indicazioni per distinguere i tipi di dhows. Tale compito è difficile, sia perché ogni imbarcazione presenta particolarità caratteristiche della zona di costruzione e addirittura del fundi costruttore (ricordiamo che non esistono piani precisi), sia perché il kiswahili è una lingua universale in quella zona, ma costruita artificialmente e quindi ogni termine ha molti significati insieme e significati diversi per abitanti di zone diverse. Quanto tale catalogazione sia difficile è evidente dal titolo di un articolo di James Hornell sul Mariner's Mirror del gennaio 1942, che suonava circa così: «Tentativo di classificazione delle imbarcazioni arabe».

Descriveremo solo quelle a vela poiché le recenti e rarissime imbarcazioni a motore ricadono sotto l'unica denominazione di mtaboti che, evidentemente, deriva dall'inglese «motorboat». Le imbarcazioni hanno tutte la vela latina con un corto bompresso, e sono classificate in base alla conformazione dello scafo. In verità, fra le barche costruite in africa e quelle costruite altrove la vela è leggermente differente. In quelle africane essa è perfettamente triangolare, nelle altre manca un piccolo triangolo di prua ed esse assumono una forma leggermente trapezoidale. In questo caso la caduta prodiera ha un' asta di legno, legata all'antenna, che la mantiene tesa.

L'albero è sempre in un unico pezzo ed abbastanza inclinato in avanti, mentre l'antenna (l'asta cui è legata la vela) è in genere composta da più parti con giunzioni legate. Essa deve essere sempre sottovento, rispetto all'albero; pertanto, non potendo essere la vela simmetrica, cambiare mura significa dover mollare scotta, volanti, mura (collega l'antenna al bompresso), portare l'antenna verticale, farla passare all'altra parte dell'albero e regolare tutte le manovre. Nello stesso tempo, sulle imbarcazioni di minori dimensioni si devono spostare i sacchi di zavorra sul nuovo bordo. Per fortuna i cambi di mura sono rari, ciò grazie al favorevole regime monsonico dei venti. Salvo qualche leggera variazione, essi spirano costantemente da Nord-Est da aprile a novembre (Kuzi) e da Sud-Est da dicembre a marzo (Kaskazi).

Le imbarcazioni non hanno cabine; i bagni sono esterni e sono costituiti da un piccolo cubicolo di legno con un pavimento forato appeso fuoribordo a poppa. Vediamo alcuni tipi di imbarcazione procedendo dalle più piccole. Anche i dati di stazza sono relativi, in quanto non si usano le nostre tonnellate di stazza, fra l'altro di calcolo difficile non potendo conoscere le misure della barca; ma la capacità di carico viene ancora oggi misurata con le due misure tradizionali: aste di mangrovia o, più a Nord, ceste di datteri.

HORI
È l'imbarcazione più piccola e la più antica. Si tratta della classica piroga, scavata da un unico tronco con ascia e fuoco, che viene spinta con delle pertiche. È lunga fino a cinque metri, ha fondo piatto e fianchi quasi verticali e non è provvista né di chiglia né di timone. Di conseguenza, riuscire a starci seduti senza farla sbandare con il bordo in acqua, risulta, per chi non ci è abituato, difficile quanto pedalare su un monociclo. Il suo compito classico è quello di trasbordare uomini e carichi dalle imbarcazioni più grandi. Come riesca a farlo senza imbarcare acqua lo sa solo Allah («Inshallah!»). Corrisponde, in pratica, al nostro pram. Se usata per un percorso più lungo in favore di vento, viene dotata di una vela umana, nel senso che un ragazzo si alza a prua tenendo sotto i piedi un lembo di pareo o di plastica, estendendone l'altro lato con le mani. Ciò che più stupisce, conosciuta la stabilità della hori, è sapere che a Pemba, isola a nord di Zanzibar, possono raggiungere dimensioni maggiori, chiamandosi in questo caso mtumbwi, e portare anche quindici o venti persone, certo molto affiatate!

NGALAWA
Si tratta di un' imbarcazione strana e poco comune. È infatti una hori di grandi dimensioni il cui bordo libero viene rialzato mediante due assi laterali e, soprattutto, alla quale vengono aggiunti due bilancieri laterali. Questo trimarano primordiale però presenta una particolarità: il bilanciere non è che un'asse piatta inclinata. Solo con la velocità dello scafo esso ottiene una spinta dinamica di sollevamento, in quanto il suo galleggiamento è limitato. Si tratta, quindi, di primitivi hydrofoils. La barca non ha chiglia ed il timone è sollevabile. Dispone di una piccola vela ed è usata principalmente per la pesca. Per risalire il vento deve fare una serie interminabile di bordi; per cambiare mura, a causa della complessità della manovra sopra descritta, i pescatori fanno incagliare la barca sulle rive dei canali ad ogni cambio di mura, onde non perdere lo spazio guadagnato nel bordo.

DAU LA MWAO
Il nome significa «la barca con il fondo piatto» ed, infatti, è un'imbarcazione senza chiglia, con prua e poppa a punta, destinata al trasporto di persone e merci. Il dritto di prua é inclinato in avanti mentre quello di poppa è quasi verticale e porta il timone appeso. Date le dimensioni limitate (fino a sei-sette metri) non è pontata. Il fondo piatto, comodo per le basse lagune all'interno delle barriere coralline, non favorisce la stabilità di rotta, tant'è il proverbio: «Dau la mnyonge haliendi joshi, likienda joshi ni mungu kupenda», «il dau di un uomo non va mai dritto, se ci va è perché lo vuole Dio». Ha un unico albero con una lunga antenna ed una larga vela. La zavorra mobile è perciò essenziale. È una barca arcaica e diffusa a Pate e Siyu, città più tradizionaliste.

MTORI
Simile al dau la mwao, è però dotata di chiglia profonda e carena tonda. Serve, infatti, anche per navigare all'esterno della barriera. È usata prevalentemente per la pesca, in genere delle aragoste. È stretta e la vela latina può essere raramente sostituita da una vela quadra. La sua costruzione è comune a Lamu e Kizingitini. Molti pensano che sia l'erede del dau la utango, l'imbarcazione più comune nel diciannovesimo secolo e probabilmente quella da cui poi è derivato il termine inglese «dhow» (che si pronuncia infatti «dau»).

MASHUA
È una mtori più grande, lunga fino a otto-nove metri. La poppa però presenta un piccolo specchio verticale. Anche il dritto di prua è verticale, mentre il bompresso ha dimensioni maggiori. La sezione dello scafo comincia ad assumere una forma a calice. È molto comune a nord di Mombasa, soprattutto nell'arcipelago di Lamu. La zavorra mobile è integrata, nei bordi più impegnativi, dal peso dell'equipaggio che, incastrati dei pali fra bordo sopravvento e ossatura sottovento, si arrampica all'estremità degli stessi. Fortuna che il monsone non cade mai di colpo, altrimenti un bagno sarebbe assicurato. Le mashua portano a prua e poppa dei pannelli di legno colorati ed incisi, come pure il macho, un piccolo occhio sul fianco con simbolo religioso.

JAHAZI
È una tipica imbarcazione da trasporto, con stazza fra le venticinque e le sessanta tonnellate. È l'imbarcazione più grande ancor oggi costruita a Lamu (principalmente nel villaggio di Matondoni). Rispetto alla mashua aumentano le dimensioni e la forma a calice dello scafo. In genere è tutto pontato con un accesso alla stiva sotto l'albero. La barca non ha battagliola, per facilitare le operazioni di imbarco e sbarco delle merci, in quanto il carico è rizzato anche in coperta. Per evitare l'entrata di acqua viene così aggiunta in navigazione una tipica stuoia di cocco intorno a dei candelieri verticali amovibili. Le jahazi presentano le decorazioni delle mashua e qualche altra incisione su diversi elementi strutturali. Queste imbarcazioni sono già in grado di navigare dall'africa alla costa occidentale indiana. Si tratta comunque di una evoluzione abbastanza recente di barche tradizionali, infatti al di fuori dell'arcipelago sono dette jalibut, che deriva dall'inglese «jolly-boat», tipico naviglio usato dalla marina britannica per pattugliare le coste nella seconda metà del secolo scorso.

MTEPE
Sicuramente le più interessanti barche costruite in questa zona. La loro costruzione comincia verso il 1500, per terminare nel 1930, quando fu varata l'ultima mtepe. Era un'imbarcazione a chiglia tonda e profonda, lunga fino a quindici metri al galleggiamento e larga fino a quattro-cinque metri. Aveva un solo albero, inclinato in avanti, con una vela quadra, che poteva arrivare anche a ottanta metri quadrati. La poppa appuntita, portava un timone appeso, mentre il dritto di prua inclinato si allungava a dismisura incurvandosi verso il basso, tanto da sembrare il capo di un uccello dal lungo collo. Era costruita rigorosamente senza chiodi e destinata al trasporto, principalmente dei boriti, le aste di mangrovia, di cui ne poteva imbarcare anche ventimila. Finemente decorate, le mtepe furono senza dubbio fra le imbarcazioni più eleganti mai esistite.
ABUBUZ
Imbarcazione costruita a Sur, in Oman, presenta un ampio specchio di poppa. La battagliola prosegue oltre la poppa con due « orecchie di gatto». La prua è simile a quella dei nostri vecchi schooner, da cui l'abubuz ha preso ispirazione. Generalmente ad un albero, presenta un castello di poppa cabinato.

SAMBUK
Questa è una imbarcazione raramente visibile fuori del Mar Rosso. Costruita ad Aden e nel sud dell'Arabia ha sempre dominato i trasporti fra Suez e la Somalia. La prua è come la lama di una scimitarra, la poppa è piatta e reca dei fori di aerazione della stiva. General- mente ad un albero, è lunga fino a venticinque metri e larga non più di sei. Il timone, tramite una losca, attraversa lo scafo. Tutta pontata, è destinata principalmente al trasporto di merci e passeggeri. Da lei viene il nostro «sambuchi», riferito alle barche arabe, mentre il suo nome deriva dall'arabo sabak, veloce.
BOOM
Sono le imbarcazioni più grandi. Lunghe anche trenta metri e larghe sei, generalmente stazzano fra le centocinquanta e le duecento tonnellate, ma qualche esemplare arriva anche a trecento. La prua e la poppa sono appuntite. Il dritto di prua, inclinato, si allunga ben oltre la coperta e presenta una punta stondata colorata caratteristicamente di bianco e nero ed ornata da una bandierina. Il dritto di poppa, inclinato, sopporta il grande timone, manovrato da una ruota tramite delle cime di cocco. Dispone di una chiglia profonda ed è destinato al trasporto di merci, sia in stiva (essendo tutto pontato) che in coperta. Ha uno o due alberi con vela latina, di cui quello più a poppa inclinato all'indietro, all'opposto di quello di prua che è di dimensioni maggiori; non riesce, comunque, a stringere il vento a causa della pesantezza e delle forme tozze dello scafo. È pertanto legato al regime dei monsoni. Dispone di un castello di poppa, che talvolta si riduce ad una tettoia, usato per dormire o mangiare. Era costruito principalmente in Kuwait, oggi solo in India, dove però è chiamato dhangi.

Altre imbarcazioni che si possono incontrare in questi porti sono tipiche di Sur, principale centro di costruzione omanita. La ghanjah è simile ad un boom ma la poppa, per influenza portoghese, presenta uno specchio verticale, dotato di cinque finestre di aerazione per la stiva. È molto ben decorata. La versione indiana, molto meno ricca, si chiama kotia. Una ghanjah omanita di dimensioni inferiori e meno decorata è detta baghla. La badan è simile all'abubuz ma con poppa a punta. Il dritto di poppa inclinato si eleva dalla coperta per una notevole lunghezza e ad esso è appeso un lungo timone che si può ritrarre nei porti. L'insieme appare come un pesce con una grande coda che fende le acque. L'albero è stranamente verticale, la barca presenta la stuoia di cocco paraspruzzi, come la jahazi, ma non è pontata.

Purtroppo i dhows stanno sparendo, soprattutto quelli di grandi dimensioni, superati dalle moderne navi a motore. D'altronde essi non sembrano poter essere adattati per il diporto dei ricchi abitanti dei paesi arabi, mentre quelli dei paesi poveri cercano di sostituirli con barche a motore. Qualche romantico occidentale sta adattandoli al charter giornaliero, qualcun altro, come Tim Severin, su un dhow dell'Oman, costruito senza chiodi, ha navigato fino in Cina, per dimostrarne la validità. Ma fra qualche decennio sarà forse possibile vedere solo in fotografia la barca di Simbad, il marinaio per antonomasia, uno dei protagonisti de «Le mille e una notte»

I dhows dell’Oceano Indiano






I dhows dell’Oceano Indiano

di Stefano Ruia

Da migliaia di anni le barche arabe solcano queste acque. Noi le chiamiamo con il termine inglese «dhow»: in realtà dau significa barca, battello o nave. Un interessante esame dei tipi e dei modi di costruzione scritto «sul campo».

SALPIAMO, INSHALLAH!
l caldo sole si è abbassato ancora. Si avvicinano le sei, ora del tramonto per chi come noi si trova solo due gradi a sud dell'equatore. Per fortuna siamo arrivati; Nasymu, il dhow di dieci metri a vela e motore che ci ha portato qui, viene ancorato. La distanza percorsa in linea retta non è molta, ma è stata almeno triplicata da tortuosi passaggi di stretti canali, tipici della laguna di mangrovie. Il tempo è stato moltiplicato ancor di più dalle soste dovute all'escursione della marea, che talvolta oltrepassa i tre metri. Ma il tempo, in queste zone lontane dal nostro «progresso», non ha alcuna importanza.

Siamo a Ras Mtangawanda, nella parte settentrionale dell'isola di Pate; è Kenya, ma il paesaggio è ben lontano da quello della savana dei depliants turistici. Navigando a Nord di Lamu, verso la Somalia, si incontrano solo lagune di mangrovie, barriere coralline e qualche splendida spiaggia bianca. Anche la gente non è più quella di etnia bantu, ma prevalgono i tipi di una razza mista arabo-bantu. Una piccola piroga scavata in un tronco, chiamata «hori», ci viene a prendere.

Riusciamo, con grandi equilibrismi e preoccupazioni anche maggiori, a trasbordare le tende e le attrezzature a terra. Appena scesi chiediamo ad un vecchio, «Mzee» è il titolo onorifico che usiamo, il permesso di poterci accampare, in quanto Nasymu, come tutti i dhows, non ha cabine. Senza esitazione, con l'ospitalità tipica della gente del posto, ci viene accordato. Ci facciamo indicare dove opera il fundi Haji Shee che, se è vero quanto saputo a Manda, sta terminando la costruzione di un dhow da otto metri.

Saltando sulla spiaggia, per evitare le dolorose punture delle pulci di sabbia, raggiungiamo il «cantiere». È costituito da pochi pali verticali che reggono una tettoia di foglie di cocco intrecciate, nella quale i buchi sono più numerosi delle zone coperte. Sotto la tettoia c'è una barca di meno di otto metri, con fasciame robusto ma grezzo. Alcune persone sono intorno allo scafo: abbiamo qualche difficoltà per riconoscere il fundi.

«Fundi» in kiswahili è il termine con cui si indica ogni sorta di operaio specializzato: sono fundi l'idraulico come pure il velaio, l'elettricista e, come nel nostro caso, il mastro d'ascia. Offriamo delle sigarette che vengono accettate, ma quasi con indifferenza. La gente ha un comportamento altero, non chiama i bianchi bwana (signore) come succede più a sud, ma semplicemente mzungu (uomo bianco).

Attacchiamo discorso sulla barca.
«Fundi Haji, bella barca questa che sta costruendo, robusta».
«Si mzungu, questa è una mashua da trasporto, quindi deve essere molto robusta per reggere il carico».
«Quali sono le sue dimensioni?».
«Quelle che vedi».
«Quanto peserà finita?».
«Lo sa Allah». Intanto Haji Shee lavora a piccoli colpi di ascia ricurva l'esterno del grezzo fasciame e lo scafo assume, come per magia, un aspetto liscio ed uniforme.
«Come fai ad iniziare la costruzione senza conoscere le dimensioni?».
«Ho idea di quanto sarà lunga, ma la misura definitiva la stabilisce il trave che uso per la chiglia».
«E non hai dei disegni o modelli?».
«Certo, sono quelli che conservo nella mia mente, che ho imparato da babako (contrazione di baba yako, mio padre), il fundi Shee, e che io sto insegnando a questi miei due figli». Mohamed Haji e Abbas Haji, rispettivamente di dodici e dieci anni, sorridono. A giudicare dalla loro abilità con l'ascia dovranno crescere parecchio prima di poter essere paragonati al padre. Ma loro vanno anche a scuola, mentre Haji Shee ha sempre conosciuto solo barche.
«Quanti anni hai Haji Shee?».
«Mah! Penso quarantacinque».
«E da quanto tempo costruisci barche?».
«Saranno circa quarantadue anni».
«Quante lune ha richiesto la costruzione di questa mashua, ormai quasi terminata?».
«Tisa».
«Nove mesi, però! E quanto costa finita?».
«Chiedilo al padrone» - ed indica un interlocutore finora silenzioso, salvo qualche risata emessa dopo le nostre domande. Mohamed Abdallah ci scruta, indeciso se vogliamo solo sapere, ed allora il prezzo sarà quello reale, o se siamo intenzionati a comprare, ed allora il prezzo sarà molto, molto più alto poiché bisogna tenere conto della trattativa.
«Sessantamila scellini più il cibo per il fundi e gli aiutanti». Il cibo costa pochissimo, sessantamila scellini equivalgono circa a quattro milioni e mezzo di lire. Sembra poco, ma bisogna considerare che sessantamila scellini corrispondono a sessanta mensilità di un buon stipendio.
«Non è un pò troppo?».
«No, anzi! Considera che tutti i legni sono dei migliori, abbiamo risparmiato solo sulle ordinate, poiché di legni curvi che rispettassero la forma abbiamo trovato solo questi» . Infatti il problema di questi costruttori è trovare in natura ciò che meglio e con minor lavorazione si adatta allo scopo. Non sapremo mai se il prezzo è reale o no: Mohamed Abdallah da un lato esalta la qualità della barca, tipico di chi vende, dall'altro ne mette in luce un punto debole, cosa che un commerciante arabo non farebbe mai.

Il carattere arabo ed altero degli abitanti della zona è giustificato dalla ricchezza della loro storia. Le loro barche, a detta di alcuni studiosi, sono una piccola evoluzione di quelle che usavano i Sumeri cinquemila anni fa. Se ne trova traccia certa nel VII sec a. C., con il regno di Himyar, poi unitosi a quello di Saba. Noi mediterranei le abbiamo scoperte soprattutto come mezzo di razzia usato dai corsari agabiti dieci secoli or sono. Hanno sempre avuto il timone centrale e non il remo-timone laterale, e issavano, per la prima volta, la vela latina (come noto, essa deriva da «alla trina», cioè triangolare, mentre non ha nulla da spartire con i latini); i loro marinai conoscevano la bussola, proveniente dalla Cina, ed inventarono la navigazione astronomica. Ancora oggi i nakhoda, i comandanti, dispongono del kamal, un primitivo sestante. Esso è costituito da una tavoletta metallica oblunga riportante alcune incisioni ai bordi, corrispondenti a diverse stelle e diversi intervalli di tempo; ha un foro al centro in cui è fissata una cordicella, che presenta una serie di nodi. Tenendo la cordicella in bocca, in modo che possa scorrere pur restando tesa, il nakhoda allontana la tavoletta dal volto, con un segno di riferimento fisso sull'orizzonte, fino a far coincidere un' incisione, quella relativa alla stella ed al tempo, sull'astro osservato. A questo punto, contando i nodi della cordicella, determina la latitudine a cui naviga. Poiché le loro rotte sono principalmente costiere, mentre le loro traversate avvengono sempre per parallelo, ciò spiega il motivo per cui la bussola, pur se da loro conosciuta, è stata poi abbandonata come strumento di navigazione in favore del kamal e delle stelle. Ancora oggi la maggior parte degli astri ha nomi arabi.

Un tempo, queste imbarcazioni erano costruite in tutti i paesi arabi, sulle coste orientali dell'Africa fino a Zanzibar e sulle coste occidentali dell'India. Poi, la ricchezza del petrolio e l'arrivo dei motori e della plastica hanno fatto sì che i dhows tradizionali cominciassero a soccombere; la tradizione costruttiva continua, ma a ritmo ridotto, solo nelle zone più povere o quelle meno modernizzate. L'arcipelago di Lamu è, per volontà degli abitanti, fra queste ultime. Il primo insediamento storico, risalente al nono secolo, fu la città di Manda sull'isola omonima. Dopo l'arrivo dei primi esploratori portoghesi (alla fine del 1400, Alvares Cabrau riportò di avere visto barche superiori a dieci tonnellate di stazza nel porto di Malindi), si trascinò per centinaia di anni la battaglia fra il Portogallo e le indomite città- stato arabe di Manda, Lamu e Pate, appoggiate dai sultani omaniti, comunque in conflitto anche fra loro. Agli inizi del 1800 Pate cambiò bandiera passando dalla parte dei Mazrui di Mombasa, eterni nemici della dinastia omanita, che governava allora fino a Zanzibar, ed attaccò Lamu. Per un errore nel calcolo delle maree, la flotta si arenò sulla spiaggia di Sheila e lì fu massacrata dagli abitanti di Lamu. Alla fine del secolo scorso la zona sarebbe dovuta entrare a far parte del protettorato tedesco di Witu (città costiera del continente), ma l'indipendenza delle città-stato restò ancora forte. Infine, arrivarono gli inglesi, che nel 1922 riuscirono a deporre lo sceicco di Lamu. Per la verità le truppe inglesi erano state precedute, proprio sul finire del 1800, dai «Freelanders», socialisti britannici che volevano fondare la città di Utopia alle falde del Monte Kenya. Si fermarono a Lamu, dove scandalizzarono gli amministratori per i loro truci discorsi e la popolazione per la scarsa moralità ed il consumo di alcool.

Con l'avvento delle grandi navi a motore l'arcipelago, da sempre legato alla portualità dei dhows, perse del tutto la sua importanza, a favore di Mombasa. Negli anni Sessanta la fama della sola Lamu risorse, come ameno luogo di villeggiatura per gli hyppies. Di fronte a tanti modernismi, gli abitanti non potevano che rifugiarsi nella tradizione. Oggi Lamu è una delle poche isole al mondo in cui sia permesso di girare solamente a piedi od in asino. Per raggiungere l'altra estremità dell'isola bisogna camminare o veleggiare su un piccolo dhow fra i canali di mangrovie. Più triste la situazione delle altre città-stato, cadute nell'oblio e mai più risollevatesi.

Non c'è da stupirsi, quindi, se ancora oggi i fundi debbano costruirsi da soli i chiodi. D'altronde la tradizione vorrebbe che le barche siano costruite senza, e in tal caso il fasciame è fissato con spine di legno e legature di cocco. Una imbarcazione chiodata può avere un problema: navigando nel Sud della penisola arabica potrebbe venir risucchiata e distrutta dalla Montagna Calamitata, almeno così afferma la leggenda. In realtà, i legni sono talvolta così duri che i chiodi possono essere infissi solo dopo aver praticato il loro foro con il kekee, il trapano ad arco (l'elettricità non è ancora disponibile!), in questo caso le spine di legno sono più economiche. Le barche del Malabar, in India, costruite in legno morbido (leggi «teak»!) hanno sempre avuto i chiodi. È vero che il legname usato per la costruzione è una variabile non solo del luogo ma soprattutto della disponibilità sul mercato. Per il fasciame spesso viene usato del mogano, altre volte dei legni locali come il durissimo Bambakofi ; alcuni elementi strutturali sono persino realizzati in decorativo ebano! Fra i legni di minor pregio è da notare l'uso della profumata canfora. Le antenne sono in genere costituite da più aste leggere (mangrovie, bambù d'importazione, etc) unite a mezzo di legature. Le ordinate sono disponibili curve in natura, grazie alle radici delle mangrovie (considerate però di scarso pregio) o di alberi più robusti. Per la verità un sistema di piegatura c'è: anticamente il legno veniva lasciato a bagno in olio di pesce, mentre oggi viene bagnato di kerosene e portato sul fuoco, così che bruciando il combustibile l'acqua contenuta nel legno vaporizza ed esso può essere piegato. La calafatura, (kalafati), si effettua diversamente a seconda della grandezza della barca. La base è sempre del cotone impregnato di olio di cocco, ma come pittura finale esterna impregnante si usa il sifa per le più piccole e lo shahamu per le più grandi. Il sifa è olio di pescecane, che viene mescolato a calce, prodotta da calcinazione delle conchiglie, e passato sull'opera viva. È antiteredini e la migliore qualità è quella ottenuta dallo squalo martello, frequente in questi mari. Lo shahamu è un impasto di calce e grasso di manzo, riscaldato al fuoco e spalmato a mano sulla carena. La qualità migliore è quella con grasso di cammello, ma l'esaurirsi del traffico carovaniero dal Nord-Africa ne rende difficile l'approvvigionamento. La manutenzione della carena viene effettuata al massimo ogni tre mesi, ma per le più grandi anche a metà del viaggio, prima del ritorno, in quanto il carenaggio si effettua avvalendosi delle maree. Oggi la crescente diffusione dell'antivegetativa occidentale rende necessaria questa operazione solo ogni sei mesi. Una bella descrizione dei metodi costruttivi è riportata nel poema «Utendi» del grande poeta swahili contemporaneo Sheikh Nabhany.

Il nakhoda, non solo è responsabile della navigazione ma è anche un commerciante. Tocca a lui, infatti, contrattare la vendita od il baratto delle mercanzie, un tempo principalmente schiavi (Zanzibar era il più importante mercato mondiale), oggi soprattutto sale, frutta secca, cemento, spezie, aste di mangrovia, tappeti, bauli e droga.

Tutte le operazioni a bordo sono fatte senza ausilio di paranchi, se non per la drizza, che svolge anche funzione di paterazzo. Perciò all'urlo «kaza deemani» l'equipaggio comincerà a cazzare la scotta della vela, tirando tutti insieme; i verricelli sono ovviamente sconosciuti. La similarità ad un italianissimo «cazza di mani» non vi illuda: lasca non si dice «lasc» e nemmeno un più arabeggiante «allasc». Caricando qualcosa, bisogna fare attenzione: un italiano «giù» otterrebbe l'effetto opposto, poiché la pronuncia è perfettamente identica a quella del termine swahili che, al contrario, indica su!

Articolo tratto da: http://www.nautica.it/info/cultura/dhows.htm

lunedì 24 novembre 2008

Riempire i vuoti della mente

Una mattina come tante, una mattina in cui i pensieri solleticano come grilli la mia testa sotto il sole… i piedi che affondano nella sabbia mentre la mente divaga sul manto ondulato del mare, alimentando quesiti dalle improbabili risposte… le problematiche dell’essere e della mente umana…

… di quanto i wazungu (in confronto coi nativi) non si sappiano accontentare… di quanto son complicati, di quanto cercan sempre di esser occupati riempiendo i vuoti della mente…

La differenza di cultura, ci pone inevitabilmente di fronte allo specchio della vita.

martedì 18 novembre 2008

Sempre meno analfabeti









Tratto da FOCUS, n° 190 – Le buone notizie che ci sfuggono

Sono ormai solo il 20% dell’umanità. E, entro il 2015, tutti a scuola!

L’alfabetismo sta calando in tutto il mondo. Oggi gli adulti incapaci di leggere e scrivere sono il 20% della popolazione della Terra. Solo 40 anni fa erano il 36%.

In classe! E l’Onu ha fissato l’obiettivo di dare, entro il 2025, a tutti i bambini del pianeta la possibilità di andare a scuola. Naturalmente, il tasso di analfabetismo è molto più alto nei Paesi più poveri (in Africa è al 39% rispetto all’1% dell’Europa) e tra le donne (25% rispetto al 14% degli uomini.





lunedì 17 novembre 2008

Ecco la prima + Esperimento all’Equatore

ECCO LA PRIMA di FOTOBLOG

E’ nata una nuova sezione all’interno di Robato Msafiri Blog: FotoBlog, creata per immergersi in alcuni spaccati di vita quotidiana e per assaporare un po’ di immagini del made in Kenya tra curiosità particolarità e stranezze…

Buona visione!




CERTIFICATO DI ATTRAVERSAMENTO DELL’EQUATORE

Quando me lo avevano detto la prima volta pensavo fosse una barzelletta… poi, vivendo a cavallo dell’equatore, prima o poi capita di doverlo attraversare e… e di scoprire cosa significa valicare questa linea invisibile eppur tangibile.

Era circa un’anno fa, durante il mio primo safari in autonomia lungo le strade della Rift Valley, cartelli che indicano “You are now crossing the equator” (tu stai ora attraversando l’equatore), quando mettiam virtualmente la freccia e ci fermiam per una fotografia. Sotto questi cartelli, a metà strada tra il turistico e l’informazione, stazionano i tanti che devono sbarcare il lunario inventandosi qualcosa per poter racimolare qualche soldo. Cosa poter mai proporre in alternativa alle tante statue e statuine, collane e collanine? Il “Certificato di attraversamento dell’equatore” rilasciato dopo aver assistito e partecipato all’esperimento fisico sul fenomeno dell’acqua e del magnetismo (?) terrestre.

Penserete: un inutile fenomeno da baraccone? L’ennesima fregatura per turisti?

La risposta (e l’esperienza!) potrà invece farvi rimanere a bocca asciutta…

L’omarino prepara i suoi strumenti, fa venti passi (20 metri) in direzione nord, si ferma e inizia a versare l’acqua dentro ad un recipiente sul cui fondo c’è un piccolo buco che tiene chiuso con un dito. Strappa da terra un filo d’erba e mi chiede se sono pronto, invitandomi di stare ben attento e a osservare: l’omarino mette la pagliuzza nel recipiente pieno d’acqua e toglie il dito dal buco… l’acqua inizia a fluire via creando un vortice… la pagliuzza inizia a sua volta a ruotare, seguendo il flusso rotatorio dell’acqua… l’acqua (e la pagliuzza) giran in senso orario (o antiorario, non ricordo bene). Beh, tutto qui direte voi? Beh certamente no, l’omarino mi guarda, ritorna sotto il cartello dell’equatore e questa volta fa altrettanti venti passi (20 metri) in direzione sud… ripropone la stessa trafila, acqua dito buco pagliuzza, ma l’acqua e il filo d’erba questa volta girano in senso opposto!!! Con moto antiorario! (o orario, non ricordo più bene).

Lui mi guarda, osserva il mio volto sorpreso, l’esperimento non è ancora concluso, ritorniamo nuovamente sulla linea di mezzo, proprio sotto la segnaletica “Qui passa l’equatore”, ci accovacciamo, acqua dito buco pagliuzza, la mia faccia deve aver parlato da sola, meraviglia delle meraviglie! Quale magia è mai questa! La pagliuzza non si muove! L’acqua fluisce dal buco e la pagliuzza rimane immobile! Non si crea nessun flusso rotatorio! L’acqua non scorre ne in senso orario ne in senso antiorario! Siam sulla linea dell’equatore!!!

L’omarino raccoglie le sue poche cose, fotoricordo per immortalare l’evento-esperimento, ora son pronto per poter ricevere il mio attestato “to crossed the equator”!

Allora era proprio vero!

Robato Msafiri

sabato 15 novembre 2008

Ebano, di Ryszard Kapuscinski (10)

Stavamo gia’ per partire quando l’autista, di nome Traor, un ragazzone massiccio, alto e irruente, salendo sull’autobus constato’ che qualcuno gli aveva rubato un pacco con un vestito da donna, posato sul sedile. Furti del genere sono all’ordine del giorno in tutto il mondo eppure, chissa’ perche’, Traore’ fu preso da una tale furia, da un tale delirio di rabbia che tutti nell’autobus ci rannicchiammo nel timore che, per quanto innocenti, ci squartasse e ci facesse a pezzetti.

In quell’occasione constatai nuovamente come in Africa la reazione ai furti – per quanto frequenti siano – abbia qualcosa di irrazionale, di confinante con la follia. Derubare un poveraccio che possiede solo una ciotola o una camicia strappata e’ realmente un’azione inumana, quindi anche la sua reazione al furto puo’ apparire inumana. La folla che agguanta un ladro al mercato, in piazza o per la strada e’ capace di ammazzarlo sul posto: per cui, paradossalmente, il compito della polizia non e’ tanto quello di dar la caccia ai ladri, quanto di proteggerli e salvarli.

Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)




Ebano, di Ryszard Kapuscinski (9)

Potevo arrivare sul luogo solo in autobus, ma avrei dovuto andare alla stazione all’alba, per riuscire a trovar posto. E cosi alla mattina ci andai. Al cancello spuntarono subito alcuni ragazzi che mi chiesero dove volessi andare. A Podor, risposi. Mi accompagnarono piu’ o meno al centro della piazza e mi piantarono li senza una parola. Trovandomi solo in quel luogo deserto, fui immediatamente circondato da una torma di venditori infreddoliti che tentavano di rifilarmi le loro merci: gomme da masticare, biscotti, sonagli per neonati, sigarette sfuse e a pacchetti. Non volevo niente ma loro continuavano a starmi intorno, in mancanza di meglio da fare.

L’uomo bianco e’ un fenomeno cosi strano, un alieno piovuto da un pianeta talmente diverso che lo si puo’ stare a guardare senza annoiarsi per ore e ore. Ma dopo un po’ al cancello comparve un secondo passeggero, seguito a sua volta da un altro, per cui I mercanti si diressero in massa verso di loro.

Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)


Ebano, di Ryszard Kapuscinski (8)

Sono qui ospite di Thiam e di suo fratello Yamar. Entrambi lavorano a Dakar, dove li ho conosciuti. Che fanno? Dipende. Meta’ degli abitanti di una citta’ Africana non ha un’occupazione fissa, un lavoro stabile. Commerciano in questo e quello, lavorano come facchini, fanno i guardiani. Come loro se ne trovano a dozzine, sempre a disposizione, al servizio, in affitto di chi li vuole. Eseguono l’incarico, intascano la paga e spariscono senza lasciare traccia. A volte possono anche restare con voi per anni, dipende solo da voi e dai vostri soldi. Parlano sempre di tutti i lavori che hanno fatto. Che cosa hanno fatto? Migliaia di cose, praticamente di tutto! Stanno in citta’ perche’ li la vita e’ piu’ facile, meno dura, talvolta si riesce a guadagnare qualcosa. Appena racimolano qualche soldo, comprano dei regali e tornano al villaggio, a casa, dalla moglie, dai figli, dai cugini.

Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)


Ebano, di Ryszard Kapuscinski (7)

In molte comunita’ africane si da’ ai bambini un nome legato a un avvenimento che ha avuto luogo il giorno della sua nascita. Edu era l’abbreviazione di education, perche’ il giorno delal sua nascita era stata aperta la prima scuola del suo villaggio.

Nelle zone dove il cristianesimo e islam non si sono ancora solidamente impiantati la varieta’ dei nomi propri e’ illimitata. Una varieta’ che testimoniava la poesia di gente capace di chiamare il proprio figlio Mattino Corroboante (se e’ nato all’alba) o Ombra d’Acacia (se e’ venuto alla luce sotto un’acacia).

Nelle comunita’ che non conoscevano la scrittura i nomi servivano a perpetuare gli avvenimenti principali della storia passata o pesente. Se il bambino era nato mentre il Tanganica otteneva l’indipendenza, lo si chiamava Indipendenza (in lingua Swahili, Uhuru). Se I genitori erano entusiasti del presidente Nyerere, potevano chiamare Nyerere il loro figlio.

In questo modo, nel corso dei secoli si formo’ una storia non tanto scritta quanto parlata, con un grado fortissimo, poiche’ molto personale, di identificazione: il mio nome, che tramanda un evento iscritto nella memoria del mio popolo, esprime la mia identita’ con esso.

L’avvento del cristianesimo e dell’islam ridusse questo rigoroso mondo di poesia e di storia a qualche decina di nomi tratti dalla Bibbia e dal Corano. Da allora non ci furono piu’ che James e Patrick, oppure Ahmed e Ibrahim.

Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)


Ebano, di Ryszard Kapuscinski (6)

Qui pero’ siamo in Africa, e il felice nuoveau riche non puo’ dimenticare l’antica tradizione del clan, la cui norma fondamentale prescrive di dividere tutto quel che si possiede con i propri confratelli, con gli altri membri del clan ossia, come si dice qui, con i propri cugini (in Europa il legame tra cugini e’ ormai debole e vago, mentre in Africa un cugino in linea di madre conta piu’ di un marito). Per cui se hai due camicie, danne una al cugino; se hai una ciotola di riso, dagliene meta’. Chi infrange questa regola e’ esposto all’ostracismo, all’espulsione dal clan, alla terrificante condizione di isolato.

In Europa, e ancor di piu’ in America, l’individualismo e’ un bene apprezzato; in Africa e’ sinonimo di disgrazia e di maledizione. La tradizione Africana e’ collettivista, perche’ lo stare in un gruppo concorde era l’unico modo di far fronte alle avversita’ naturali sempre in agguato. E una delle condizioni di sopravvivenza del gruppo e’ precisamente la condivisione di ogni minimo bene posseduto.

Una volta qui in Africa fui circondato da una torma di bambini. Avevo una sola caramella: la posai sul palmo della mano. I bambini guardavano immobili. Finalmente la bimba piu’ grande prese la caramella, la schiaccio’ con delicatezza tra i denti e ne distribui equamente un pezzetto per ciascuno.

Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)



martedì 11 novembre 2008

Khanga (2)

Sono le donne tanzaniane a sfoggiare quelli più noti e particolari. Si tratta dei kanga ovvero le stoffe che avvolgono le signore e le giovani africane, non solo in Tanzania. I kanga, pezzi di stoffa che possono somigliare per la forma ai nostri parei, sono in cotone e servono anche per fasciare la testa o per portare i neonati sulle spalle nel tipico modo africano. La loro particolarità, però, sta nei motivi stampati che possono rappresentare oltre che figure geometriche anche foto di persone care o avvenimenti particolarmente importanti e soprattutto scritte in lingua kiswahili che vanno dai proverbi alle piccole storie. Una curiosità: quando le donne partoriscono i mariti di solito regalano un kanga a tema con la scritta "nani kama mama" ovvero "ora sei madre".

Tratto da AFRICA 5 – http://www.nigrizia.it/

Proverbio nilotico






Proverbio nilotico (Uganda)

Gli anziani sono il fuoco del villaggio, senza di loro non c'è luce


Tratto da AFRICA 5 – http://www.nigrizia.it

lunedì 10 novembre 2008

Jiggers (parte 2)















Spulciando nel web alla ricerca di informazioni su questo cacchio di jiggers, mi son imbattuto in una pagina che mi ha commosso…

Tratto da http://www.mediconadir.it/


La Tunga penetrans è una piccola pulce tropicale la cui femmina vive affondata nello spessore della cute dell'ospite. Il parassita è facilmente rinvenibile all'interno della cute e penetra nel suo spessore dai piedi. Suini, capre e cani fungono da serbatoio.
La femmina si nutre di sangue ed il suo addome, ripieno di uova, si arrotonda e si accresce sino ad assumere un aspetto globoso. Ne segue una lesione infiammatoria estremamente dolorosa e pruriginosa. Le uova vengono rilasciate attraverso un piccolo orifizio che si forma sulla parete del nodulo che accoglie il parassita.
L'infestazione si contrae camminando a piedi nudi su terreni contaminati e le lesioni, il più delle volte multiple, sono facilmente punto di ingresso per altri agenti patogeni, come il tetano o i miceti.

Per asportare il parassita si utilizza un ago sterile con il quale si allarga la zona di ingresso, spesso purulenta delle tunga, per riuscire ad operare pazientemente l'asportazione in toto della “cisti” globosa. Una volta asportato il parassita con le sue uova occorre applicare prodotti ad attività adulticida e/o larvicida (esempio il benzile benzoato) e tenere al riparo con utilizzo di garze la zona colpita dall'infezione. Il trattamento va ripetuto per alcuni giorni cercando di operare contemporaneamente sull'ambiente che il paziente frequenta.

A tutt'oggi sono state descritte dieci specie del genere Tunga (Insecta, Siphonaptera) e due sono state osservate nel genere umano e nei principali animali domestici: T. penetrans e T. trimamillata. Viste le caratteristiche ambientali del Burundi e vista la difficoltà di intraprendere studi sul posto, mi è stato proposto di raccogliere campioni di pulci penetranti per potere valutare la possibilità di rilevare altre tipologie nell'uomo, oppure di confermare ciò che già si conosce.

Alla richiesta la mia reazione è stata superficialmente (credo come per chiunque mastichi poco e male la parassitologia e conseguentemente reagisca sull'onda della sua ignoranza) caratterizzata dal sorriso: dovevo portare come souvenir dal Burundi delle pulci! Tutti coloro che hanno spartito con me la richiesta non hanno potuto trattenere le risate… Mama Daphrose credo stia ancora ridendo, in quanto come dice lei: “Almeno di quelle siamo ricchissimi!! La cosa importante è che non si sparga la voce che tu in qualche modo compri le pulci, perché rischieremmo di avere la ressa davanti al cancello dell'ospedale”.


Il sorriso che mi aveva accompagnato al pensiero di raccogliere pulci è immediatamente svanito alla vista dell'effetto devastante che questi minuscoli insetti provocano sulla cute dei soggetti infettati, soprattutto se quei soggetti sono bambini, come mi è capitato nel momento in cui ho osservato prima la deambulazione equina e poi i piedini di Zaccaria.

Zaccaria è un bimbo di 7 anni che vive in una minuscola casetta di fango e sterco vicino all'ospedale, vive con la mamma ed una sorella maggiore di età, è un bambino estremamente vivace, animato dalla curiosità e dall'intelligenza di chi deve ancora scoprire il mondo, di chi nei pochi anni di vita che ha avuto a disposizione ha già dovuto imparare ad arrangiarsi per sopravvivere. I suoi occhi sono terribilmente penetranti, acuti, profondi; il sorriso dominato dal passaggio dalla prima dentizione a quella definitiva gli disegna sul volto un'espressione talmente simpatica da divenire irresistibile; se poi si aggiunge la carica affettiva che con grande sapienza sa esprimere ……… il risultato diventa un pensiero unico: “quel bambino me lo vorrei portare a casa, vorrei poterlo aiutare……… vorrei cambiargli il mondo perché potesse vivere come merita” ………. “A lui toglierò le pulci, lui mi darà quel materiale così prezioso per i nostri scienziati, lui verrà curato e almeno per qualche tempo potrà camminare e correre senza provare dolore e prurito………… in cambio gli comprerò le ciabattine, gli darò il sapone e tante, tantissime caramelle ……. Magari una maglietta……… però non ho magliette della taglia giusta, non importa, almeno può cambiare quella specie di straccio che chissà da quanto tempo e per quanto altro tempo ancora funge da abito”.

Mama Daphrose continua a ridere, non riesce a capire come quel ragazzino dall'aria furbetta mi abbia tanto colpito, dice che il mio lavoro è assolutamente inutile, se non per la mia ricerca, che comunque le pulci una volta tolte torneranno nel giro di un attimo, che lui continuerà a non portare le scarpe, a non lavarsi, e che nel giro di qualche settimane il mio lavoro sarà annullato completamente………….. può darsi, sicuramente ha ragione lei, però se anche solamente per una notte riuscirà a dormire senza dolore e prurito ai piedini, io sono felice, non è forse vero che il “tanto-tanto sta nel poco-poco”?

Seguendo i consigli del prof. Pampiglione che mi aveva incaricato della raccolta-pulci, mi sono ben guardata dall'eseguire “l'intervento” seguendo solo le mie cognizioni teoriche e ho chiesto aiuto ad un signore del luogo di nome Diomede che lavora presso il cantiere; lui ridendo per l'insolita richiesta, con la sapienza che nasce dall'esperienza diretta, si è apprestato non senza orgoglio ad intervenire e ad insegnarmi. Io ho fatto “l'assistente”, gli ho procurato un secchio d'acqua, ho “sterilizzato” una spilla da balia e mi sono accovacciata di fianco a lui pronta a raccogliere le pulcettine nelle mie provette ripiene di alcool a 75°.

I piedi di Zaccaria erano un vivaio di pulci, ad ogni rigonfiamento grondante materiale purulento corrispondeva una cisti globosa piena di uova e della relativa pulce penetrante che con grande disinvoltura aveva trovato un habitat perfetto alla sua sopravvivenza e alla sua proliferazione. Diomede, dopo avere accuratamente lavato la zona incriminata, ha iniziato ad aprire con molta delicatezza i rigonfiamenti, la punta dell'ago annaspava nella cute ……. Ecco, quello che prima sembrava un rigonfiamento, ora era una masserella globosa e biancastra contrassegnata da un puntino nero …… eccole le famose tunga! Con pazienza e mano ferma cerca di estrarre la formazione senza romperla, ci riesce e me la porge come un trofeo che io con un po' di soggezione faccio scivolare nella provetta.

La reazione di Zaccaria a quell'operazione sicuramente dolorosa mi ha scioccato: non una lacrima, non un lamento, anzi sguardi pieni di affetto e di riconoscenza! Il solo stare seduto sulla poltroncina sotto quel portico che tanto lo attrae e che usualmente vede dal di là della sbarra, gli da un'aria principesca, sembra che il solo fatto di godere di quel momento lo ripaghi e gli mitighi il dolore fisico che prova in quel momento.

Ripulite le estremità da tutti quei parassiti, mi metto all'opera io con garze e disinfettante: ammetto che mi sento orgogliosa! Il bimbo ha un piccolo sussulto al primo contatto con la garza imbevuta di benzile benzoato diluito accuratamente, poi si lascia andare ed assapora anche solo l'idea di essere curato: percepisco la sua gratitudine e la sua felicità, di rimando non posso esimermi da esprimere le stesse emozioni !

La medicazione è terminata: ora non è più a piedi nudi, ma gli ho approntato due “calzerotti” di garza e lui si sente un re, si dirige verso la sbarra e si riunisce ai ragazzini che da fuori lo osservavano forse un po' invidiosi del piccolo privilegio di cui aveva goduto e ……… mostra con orgoglio i calzari che denunciano l'interesse di una muganga, oltretutto muzungu, nei suoi confronti! L'appuntamento per la 2° medicazione lo fissiamo per il giorno successivo. Appuntamento al quale arriva con qualche ora di anticipo: è piacevole sentirsi attesi ed essere un pochino coccolati!

Ogni giorno la sua deambulazione migliorava, sino a che tolte le garze e sostituite con le ciabattine che avevo comprato al mercato di Ngozi, finalmente lo vedo correre poggiando completamente le piante dei piedi al suolo: che soddisfazione! Durerà un giorno ? una settimana ? duri quel che vuole, ma ora non zoppica più e non dimenticherò mai quegli sguardi carichi di gratitudine che da quel momento non mi hanno più abbandonato …….

Se non al momento della mia partenza, quando si sono trasformati in espressione di grande tristezza …….. in quel momento i suoi occhi vivaci si sono riempiti di lacrime: il dolore fisico lo si supera, anzi non lo si sente neppure, ma ……… il bambino è uscito al momento della separazione! Te lo prometto caro Zaccaria: tornerò e molto presto!! (ndr: diario)

http://www.mediconadir.it/sud_del_mondo_3.htm