Visualizzazione post con etichetta Tribu' Kenya. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tribu' Kenya. Mostra tutti i post

lunedì 19 gennaio 2009

Un Giorno con i Boni


Kenya - Il sole sta salendo sopra la spessa foresta litoranea e le ombre si ritiranoverso la base degli alberi, soltanto le melodie degli uccelli che non sonodisturbate da alcun rumore riempiono l’aria e i Boni scompaiono nellaforesta a caccia di cibo.

Siamo nella Foresta Boni/Dodori, situata lungo la costa all’estremo Nord del Kenya, confinante con la Dodori Game Reserve, nella regione Amministrativa di Basuba, nel Distretto di Lamu, vicino al confine con la Somalia. L’abbiamo raggiunta dopo due giorni di viaggio per incontrare la “Gente del Bush” (terreno cespuglioso).

Sono i Boni, che conducono una vita naturale, semplice e al tempo stesso misteriosa, nella foresta. Questa gente si è stabilita in queste zone molti secoli fa e crede fortemente nel proprio sistema di vita, ancora oggi vive raccogliendo radici, frutta, miele e di piccola caccia. Da quando è stata abolita la cacciagrossa i Boni hanno provato a dedicarsi all’agricoltura, ma l’ambiente in cui vivono non è facilmente accessibile e la minaccia costituita dagli animali selvatici è sempre presente, così questa pratica non è mai stata abbracciata pienamente.

Il timore crescente per la probabile scomparsa diquesta gente del Bush è ormai reale ed è legato fortemente allaforesta. Il loro stesso semplice modo di vita potrebbe portarli all’estinzione.Terribili e inconfutabili statistiche dimostrano che i Boni nel 1989, anno delcensimento, erano 3.395, dieci anni dopo, nel 1999, erano ridotti soltanto a865.
Si crede che i Boni derivino da una popolazione prevalentemente pastoraledella Somalia Meridionale che si stabilì nella foresta Boni/Dodori dove iniziò apraticare la caccia. Molte persone, incluse quelle che vivono sullacosta, non sanno dell’esistenza di queste genti del Bush, che appartengono adun altro gruppo etnico, diverso dai Wasanye e Waliangulo.

Recentemente mi sono avventurato nella foresta per incontrare i Boni e sonorimasto sorpreso della loro povertà, nonostante vivano nellaforesta e vicino alla fertilissima terra del confinante Dodori Creek. La miaavventura in terra Boni è stata unica, ho visto e imparato come vivono esopravvivono queste persone dallo stile di vita umile ed ermetico. Il mioarrivo e la macchina fotografica sembrarono sollevare speranza e curiosità,ma crearono anche agitazione nei giovani e negli anziani.
I Boni sono sistemati in cinque manyattas (villaggi) composti di moltestrutture. Queste sistemazioni cominciarono a formarsi appena due anni fa,dopo che la sicurezza fu ripristinata.
I villaggi di Marigai, Milimani e Basuba sono localizzati lungo la bruttastrada di Mokowe/Kiunga, e Kiunga è inserita profondamente nella forestasenza strada d’accesso.

A Milimani, circa 20 strutture malandate costruite di erba, incontraiBaknune Dhidra, 60 anni, che ha detto: “Noi viviamo cacciando piccoli animali e raccogliendo erbe e radici nella foresta da quando è stata proibita la caccia grossa, tuttavia riusciamo a procurarci abbastanza cibo per sopravvivere”.
Baknune assicura che la foresta è la loro fonte maggiore di cibo e mispiega come ottengono, dalla foresta, una dieta equilibrata che varia da frutta,grassi, verdure e farina. Mentre lotto per esprimermi con un po’ diKiswahili e inglese, Baknune, che è ormai la mia guida nella foresta, mi mostrai diversi tipi di cibo reperibili nell’immenso Bush, dove grandissimi tratti diterreno sono incolti.
“L’albero di Mkarabaka produce frutti commestibili chiamati Aamff e ilmidollo nel suo gambo può essere usato per preparare Chapati con Kama, altrapianta che produce grasso”. Poi mi mostra un’altra pianta chiamata Digh, lecui radici, dice, sono commestibili. “Le radici bollite e poi essiccate sonocome le patate”. Mentre cammino, stando molto attento a dove metto ipiedi, Baknune continua la sua spiegazione sulle piante utili cheincontriamo, “Questo qui è l’albero di Konsoja, produce noci che sonoconsumate in gran quantità dai Boni”.

Ugo

Articolo tratto da:
http://guide.supereva.it/viaggi_safari/interventi/2001/06/49823.shtml

La mia vita con l’erede N. 3


Silpa Juma è una donna Luo di quarant’anni, “vecchia” per lo standard africano.
Il suo aspetto è dignitoso, come quello di quasi tutte le donne africane, ma il suo sguardo, fiero e rassegnato nello stesso tempo, dimostra quante traversie abbia avuto nella sua vita. Con voce calma e serena inizia il suo racconto.

Fin dalla morte di mio marito, nel settembre del 1984, sono stata ereditata tre volte. La prima nel dicembre 1984. Avrei gradito stare più lungo senza un uomo in vita mia, ma tale decisione non sarebbe stata presa bene dai membri della famiglia di mio marito e dal suo clan.

Le usanze Luo sono precise, e qualsiasi cosa ad esse contraria avrebbe inviato una maledizione (chira) ed altre sfortune sulla sua famiglia. Silpa Juma avrebbe sofferto del bando psicologico e fisico del clan. Oggi le cose sono cambiate. Mentre prima era l’uomo che si avvicinava per prendere in moglie la vedova di suo fratello, ora è la vedova che deve cercare l’uomo, e di vedove ce ne sono molte. I mariti e gli uomini stanno morendo d’Aids ad una percentuale allarmante.

Dopo un attimo d’esitazione, riprende il suo racconto.

Dopo aver frequentato un cognato, fummo d’accordo sull’eredità e tutto fu concluso tre mesi dopo la morte di mio marito. Stemmo insieme come marito e moglie, sottomettendomi privatamente e pubblicamente a lui, come avrei fatto con il mio defunto marito. Andammo avanti così fino al ‘97 quando tra noi sorse una differenza d’opinioni irrisolvibile. Non mi piacquero molte delle cose che lui faceva, e dissi basta. Aveva altre donne oltre me. Decisi quindi di rompere l’unione perché era divenuta insostenibile.

Trovai perciò un altro uomo che mi ereditò, ma ci fu un intoppo quando venne a “cambiare” la casa del mio defunto marito. Io non potevo “cambiare” casa senza un uomo che compie i riti che vanno fatti in tale circostanza. Com’è praticato fra il Luo, un uomo o una donna che si sono sposati non possono cambiare o costruire una casa da soli. È un tabù, ed io ho i bambini che devo proteggere. Al momento della morte di mio marito avevamo cinque bambini, il numero è aumentato, da allora, ad undici, sei dai tre ereditanti. Questo secondo ereditante non poteva “cambiare” la casa perché viveva ancora in quella di suo padre e non ne aveva una di sua proprietà.

Ugo


Articolo tratto da:
http://guide.supereva.it/viaggi_safari/interventi/2001/12/84347.shtml

La moglie ereditata


In Africa le usanze tribali sono numerose come i granelli di sabbia e sono profondamente radicate in ognuna delle tribù dell’intero continente. Alcune sono semplici da osservare, altre appaiono strane a noi occidentali, altre ancora sono divertenti. Tutte hanno in comune l’obbligo del loro rispetto da parte dei componenti della comunità, in caso contrario, nei casi più gravi, scatta immediatamente la maledizione o il bando dalla comunità stessa.

Tra le tante tradizioni ce n’è una che in tempi remoti era nata con un nobile scopo, ma che con il passare del tempo è cambiata e si è trasformata in un rischio mortale. “Ereditare una moglie” (Wife inheritance) è l’usanza della quale vi dirò.

Questa tradizione della tribù LUO nacque moltissimo tempo fa ed aveva lo scopo di proteggere una vedova, i suoi figli e le sue proprietà. Quando il marito moriva la vedova veniva “sposata” simbolicamente dal fratello del morto o da un cugino o, in assenza di tali parenti, da una persona onorevole al di fuori della famiglia. Lo scopo principale era di provvedere alle necessità della vedova e dei suoi figli, ma anche di mantenere le proprietà all’interno della famiglia. Questo costume non prevedeva assolutamente una relazione sessuale, anche perché l’uomo che ereditava la vedova poteva già essere sposato ed avere dei figli.

Con l’andare del tempo questa tradizione si è in parte trasformata. L’obbligo di “ereditare la vedova” è sempre ferreo e i nuovi pretendenti sono attratti dalle proprietà, ma anche, e soprattutto, dalla possibilità di avere a disposizione una donna con cui soddisfare la loro sessualità. Nonostante l’AIDS stia mietendo vittime ad un ritmo vertiginoso, specialmente in Africa dove in alcune zone si registra una percentuale del 25% di popolazione sieropositiva, questa pratica non mette paura e non scoraggia la “caccia alla vedova”.

Ho raccolto alcune testimonianze di vedove che hanno avuto quest’esperienza traumatica. Alcune sono allucinanti, come quelle di Mildred Bwire Auma, Mary Atieno, Mariam Salim, Rose Hilta Anina, Gladis Erude, delle quali vi racconterò nei prossimi articoli.

Ugo

Articolo tratto da:
http://guide.supereva.it/viaggi_safari/interventi/2001/11/79733.shtml

giovedì 11 dicembre 2008

Luo

Un tempo le popolazioni che abitavano sulle sponde del Lago Vittoria in Africa venivano chiamate i “POPOLI DEL KAVIRONDO” ed erano divise in piccoli gruppi e tribù. Oggi queste popolazioni si sono riunite in un’unica tribù che supera i 2.000.000 individui e sono conosciuti col nome di LUO.
I LUO sono originari del territorio del basso Sudan intorno al Nilo e appartengono per origine al ceppo dei Masai . Sono la terza tribù del Kenya per numero, dopo i Kikuyu e i Luhia.

La suddivisione
Oggi i Luo sono divisi in grandi sezioni a seconda della provenienza territoriale o dalle antiche origini:
JOKA JOK: il loro nome deriva dal loro grande capo, JOK.
JOKA OWINI: il loro nome deriva anch’esso dal loro capo, OWINI.
JOKA OMOLO: il loro nome deriva dalle loro origini nord-ugandesi.
JOKA SUBA: il loro nome deriva dalle loro formazioni: Luo e Bantu erano
mescolate in origine; oggi parlano tutti il DHOLUO.

Da popolo nomade a popolo sedentario
I Luo nelle loro lunghe migrazioni attraverso l’Africa erano diventati dei nomadi che allevavano bestiame e si arricchivano anche con guerre e razzie nei confronti delle altre tribù.
Negli ultimi 100 anni sono diventati un popolo semi-sedentario, coltivano la poca terra disponibile, mantenendo l’allevamento come occupazione prevalente.Lungo le coste svolgono attività di pesca, sulle caratteristiche barche a vela triangolare, chiamate dhow.

La famiglia
La struttura familiare dei Luo è detta “PATRILINEARE” perché l’eredità passa, da padre in figlio, solo ai discendenti maschi. Il gruppo familiare è costituito da un capo - famiglia, dalle sue mogli (nei Luo è comune la poligamìa) e dai numerosi figli e figlie.
Le figlie, quando si sposano, non appartengono più al gruppo familiare di provenienza, perché dovranno appartenere al loro marito.
La ricchezza del capo-famiglia influenza la grandezza del nucleo familiare, infatti più un capo-famiglia è ricco, più gli serve avere più mogli per avere molti figli da impiegare nella custodia dei beni e nella custodia degli animali allevati.Per la tribù dei Luo il numero è potenza, infatti una volta un capo-famiglia poteva avere perfino 50 mogli se era molto ricco o se era uno stregone.Bisogna sottolineare che presso i Luo erano diffuse malattie spesso mortali, e di conseguenza aver molti figli e mogli era un vantaggio per il continuo sviluppo della famiglia.
L’organizzazione tribale
I Luo appartengono ad un clan (= DHOUT): cioè a un gruppo di persone discendenti dallo stesso antenato.
I clan che vivono in una stessa zona e che sono uniti da legami di parentela formano un popolo (= OGANDA), con un capo chiamato RUOTH.
L’unione di questi popoli forma la tribù dei Luo.
Quando gli Inglesi occuparono la regione dove abitavano i Luo, nel Golfo di Kavirondo (Lago Vittoria), trovarono tredici circoscrizioni che corrispondevano alle tredici popolazioni.
Al tempo dei Luo, ogni capo tribù aveva un suo Consiglio, che lo aiutava nelle decisioni più importanti, ed era formato dai più anziani della tribù. Siccome le persone anziane erano le più sagge del clan, venivano considerate le più importanti.Il Consiglio controllava e giudicava le questioni molto gravi come delitti e razzie. Per le questioni minori si radunavano i Consigli Regionali e i Consigli dei Clan.Per quanto riguarda le questioni in famiglia, ci pensava il Capo Famiglia.


Info tratte da:
http://fc.retecivica.milano.it/dallo%20staff/Moderatori/RCMWEB/Tesoro/suk/nyandiwa/luo_ricerca.htm

Samburu


I Samburu sono un gruppo etnico africano nilotico diffuso nel distretto di Samburu, nel Kenya centrosettentrionale. Parlano la lingua samburu, appartenente al gruppo delle lingue maa come quella dei Masai, con cui sono strettamente imparentati (circa il 95% dei vocaboli delle lingue samburu e masai coincidono). Come i Masai, sono pastori semi-nomadi; allevano zebù, pecore, capre e cammelli; recentemente hanno iniziato a coltivare mais, patate e sorgo. A differenza dei Masai, si nutrono anche di cacciagione.

Il nome Samburu è di origine Masai e deriva dalla parola samburr, che indica una borsa di pelle che i Samburu portano sempre con loro. I Samburu si riferiscono a sé stessi come Lokop (o Loikop), che potrebbe significare "padroni della terra" (da lo, che indica possesso, e nkop, terra); non tutti i Samburu concordano su questa interpretazione.

Non è chiaro in quale epoca i Samburu siano diventati un'etnia distinta, ma quasi certamente ciò avvenne in epoca coloniale. I viaggiatori europei del XIX secolo chiamavano i Samburu "Burkineji" ("popolo delle capre bianche"), ma non è chiaro quali fossero all'epoca i legami con altri gruppi della zona. Alcuni Samburu sono discendenti dei Masai di Laikipia, che furono sterminati dell'Ottocento. Altri sono di origine Rendille, Turkana e Borana.

La struttura sociale, suddivisa per classi di età, appare un eccellente esempio di gerontocrazia anche se il contatto con la cultura occidentale sta sgretolando l'importanza degli anziani. La poligamia è consentita e diffusa presso i Samburu; un insediamento Samburu (detto nkang o engang o manyatta) può consistere di una sola famiglia, costituita da un uomo e dalle sue mogli; ogni moglie costruisce la propria casa con materiali trovati in loco, come bastoni, fango e sterco di mucca. Insediamenti più grandi ospitano in genere fino due-tre famiglie; solo gli insediamenti rituali (lorora) arrivano a dimensioni molto più grandi (20 o più famiglie).

I villaggi samburu sorgono in genere sulla cima delle colline. Le donne si decorano il petto con vistose collane fatte di perline colorate cucite sul cuoio (come i Masai) ma anche di peli di coda di elefante; portano braccialetti di rame, ottone o alluminio sulle braccia e sulle caviglie. Particolare rispetto viene attribuito ai fundi, i fabbri, professione che in genere viene abbracciata e coltivata da una intera famiglia.

http://www.it.wikipedia.org/

mercoledì 3 dicembre 2008

Maasai, sfide e speranze







Tratto dal sito: http://www.maasai.com/

I Maasai non hanno vita facile nell'Africa moderna. Fino all'arrivo dei coloni britannici, le fiere tribù Maasai avevano occupato le zone più fertili. I Maasai si sono battuti in difesa del proprio territorio, ma le lance non hanno potuto nulla contro le armi delle truppe britanniche ed inoltre, nei tribunali inglesi, i loro avvocati non hanno mai avuto opportunità eque.
Nel 1911 un piccolo gruppo di Maasai ha ceduto la propria terra a coloni britannici, sicuramente senza capire bene quali sarebbero state le conseguenze di tale trattato.
I Maasai hanno perso circa i due-terzi delle loro terre e sono stati trasferiti in luoghi meno fertili del Kenya e della Tanzania. Le altre tribù Kenyote si sono adattate più velocemente al "progresso" dei tempi. I Maasai, invece, hanno mantenuto le loro tradizioni: per loro è una grande sofferenza ogni volta che il Kenya si appropria di altra terra loro per sopperire alle necessità generate dall'aumento della popolazione.

Finalmente un trend positivo per i Maasai è stato, in questi ultimi anni, lo sviluppo di una specifica forma di eco-turismo. Sebbene altre tribù del Kenya considerino gli animali selvatici come cibo o come minaccia ai loro raccolti, i Maasai vi coesistono pacificamente.
Quando un leone sbrana una mucca o delle capre, deve essere ucciso, oppure catturato e rilasciato in un Parco Nazionale. L'uccisione dei leoni per ritorsione una volta era rara, oggi è più frequente. Sempre più spesso i leoni vengono uccisi e in poco tempo potrebbero scomparire. Per ovviare a questo problema, (Campi ya Kanzi) abbiamo istituito il Progetto Simba tramite il quale sono stati assunti dei guerrieri Maasai come sorveglianti dei leoni (più leoni = più lavoro) ed, allo stesso tempo, i proprietari che hanno perso del bestiame perché ucciso da un leone, vengono indennizzati con un rimborso pari al valore dei capi persi.
In passato i Maasai e gli animali convivevano pacificamente. Nel momento in cui i Maasai comprenderanno il valore economico della presenza degli animali selvatici sul loro territorio, il futuro della terra stessa, degli animali e della gente Maasai non sarà più così incerto.

Tratto dal sito: http://www.maasai.com/

La vostra visita a Campi ya Kanzi aiuta i Maasai a tutelare la propria eredità.

Lo scopo principale di Campi ya Kanzi è proteggere la terra dei Maasai del Kuku Group Ranch, e fare in modo che, se lo desidera, la comunità Maasai possa continuare a vivere secondo le sue tradizioni. La vostra permanenza a Campi ya Kanzi contribuisce realmente e concretamente alla realizzazione di questo obbiettivo. Non si deve dimenticare che per ogni giorno passato a Campi ya Kanzi, i $30 di Conservation Fee vengono destinati all'assistenza della comunità di Maasai e per proteggere la flora e la fauna indigena.




(per maggiori informazioni circa “Campi ya Kanzi”, consultare il sito sopra indicato)

Maasai, il destino dei Maasai






Tratto dal sito: http://www.maasai.com/

I Maasai sono sempre stati speciali. I loro mantelli rosso brillante li hanno resi immediatamente riconoscibili. Con la lancia in mano, sono calmi e coraggiosi, nonostante il pericolo. Le truppe armate britanniche che allontanarono i Maasai dalle loro terre nel tardo XIX° secolo avevano grande rispetto per questi membri di una tribù senza paura. Fino a poco tempo fa, per diventare guerriero, un ragazzo Maasai doveva uccidere da solo un leone, armato solamente della sua lancia.

Quando incontrerete per la prima volta un Maasai, probabilmente concorderete con Karen Blixen (Isak Dinesen) che ne parla così nel suo libro La mia Africa, descrivendo la sua esperienza di vita in Kenya:

"Un guerriero Maasai è una visione affascinante. I giovani posseggono al massimo grado quella particolare forma di intelligenza che noi chiamiamo chic; pur sembrando in perenne atteggiamento di sfida, irreali e selvaggi, rimangono fermamente coerenti alla loro natura ed ad un immanente ideale. Il loro stile non è rifacimento né imitazione di perfezione straniera; è cresciuto dentro di loro, ed è un'espressione della loro razza e della loro storia, le armi e l'eleganza stanno al loro Essere come i palchi stanno al cervo maschio."

Il Kenya riconosce più di cinquanta tribù natie. All'inizio del ventesimo secolo i Maasai erano la tribù dominante. Sono la sola tribù che ha conservato la maggior parte delle proprie tradizioni, dei propri usi, costumi e della propria cultura.

In comune con gli animali selvatici coi quali co-esistono, i Maasai hanno bisogno di molta terra. Diversamente da altre tribù in Kenya, i Maasai sono nomadi e pastori: vivono allevando mucche e capre.
Il dio dei Maasai è Engai; dapprima Engai creò i Maasai, diede loro il possesso di tutte le vacche del mondo e solo in seguito creò gli altri esseri umani. I Maasai calcolano la ricchezza di un uomo in base al numero di mucche possedute: chi non ne ha, viene considerato povero. Ecco perché si riferiscono alle tribù vicine di coltivatori e cacciatori-raccoglitori come "Ndorobo," intendendo i poveri.

I Maasai non hanno villaggi con costruzioni permanenti. Costruiscono un "enkang" (recinto per bestiame) per un gruppo di famiglie. L'enkang è un cerchio di capanne, una per famiglia all'interno di un recinto circolare di cespugli spinosi. In ogni famiglia è la donna che costruisce la capanna con sterco di mucca e fango. Periodicamente, il gruppo abbandona l'enkang e ne costruisce uno nuovo in un'area che fornisce più acqua e pascoli.

Tratto dal sito: http://www.maasai.com/

Lo scopo principale di Campi ya Kanzi è proteggere la terra dei Maasai del Kuku Group Ranch, e fare in modo che, se lo desidera, la comunità Maasai possa continuare a vivere secondo le sue tradizioni. La vostra permanenza a Campi ya Kanzi contribuisce realmente e concretamente alla realizzazione di questo obbiettivo. Non si deve dimenticare che per ogni giorno passato a Campi ya Kanzi, i $30 di Conservation Fee vengono destinati all'assistenza della comunità di Maasai e per proteggere la flora e la fauna indigena.

(per maggiori informazioni circa “Campi ya Kanzi”, consultare il sito sopra indicato)

venerdì 28 novembre 2008

E al principio Dio creò i Maasai…





Articolo tratto da: http://www.itinerariafricani.net/

Sono sicuramente fra le genti d'Africa i più conosciuti, famosi per il loro coraggio e l'attaccamento alle tradizioni, ai riti di passaggio che rappresentano i momenti fondamentali della vita di ogni Maasai.

" E al principio Dio creò i Maasai..."

Questa frase la dice tutta sul concetto di popolo elitario che li accompagna. Si considerano degli "aristocratici" superiori a tutti gli altri gruppi etnici dell'Africa equatoriale (pare che disprezzino persino gli europei, e forse non hanno tutti i torti!!). Disdegnano ogni forma di attività che non sia legata al bestiame ed effettuano numerose razzie ai bovini delle tribù vicine come i Sonjio (zona del lago Natron) e i Wambulu (a sud di Ngorongoro), e persino contro i Kikuyu (nord/ovest di Nairobi).In un territorio compreso tra il lago Vittoria a est, il Kilimanjaro a ovest e fino a Narok in Kenya (agli inizi del secolo fino a Nairobi), oggi i Maasai portano liberamente o quasi le loro grandi mandrie al pascolo, incuranti dei confini e dei regolamenti imposti dalle autorità governative per proteggere le aree dei parchi nazionali, fonte di sicuro reddito. Per questo a tutt'oggi, vengono allontanati dalle loro terre confinanti con le riserve e costretti sempre più in territori ridotti e confinanti con altri clan, con cui inevitabilmente hanno dei conflitti. E' difficile anche per loro rimanere indifferenti all'avanzare inesorabile della civiltà, al continuo assalto di turisti, che fanno di tutto (pagando anche cifre spropositate) per portarsi a casa il souvenir di una fotografia; nonostante tutto le tradizioni si ripetono ad intervalli regolari per scandire i vari passaggi dall'età puberale a quella virile, e per finire a quella adulta.

Infatti la società Maasai si basa sul raggruppamento di tutti gli individui per classi di età, che così proseguiranno insieme il lento cammino della vita. Quando il bimbo sarà cresciuto abbastanza dovrà iniziare a badare al bestiame vicino al boma (accampamento), poi man mano che cresce gli saranno affidate delle piccole mandrie, ma non prima che i denti centrali in basso siano stati tolti per essere nutrito attraverso il buco in caso di malattie (come il tetano).

Da adolescente riceve una piccola lancia e gli vengono praticati dei fori alle orecchie (prima il destro poi il sinistro); ora sono pronti per il rito della circoncisone che segna forse il momento più importante per un Maasai che diventerà un Morani (guerriero), il cui compito è (sarebbe meglio dire era ) di proteggere il bestiame o di razziarlo ad altri clan simili o a tribù vicine e combatterli se necessario.

Una volta, grande vanto del Morani, era quello di uccidere in combattimento un nemico e di cacciare il leone dalla regale criniera, così da essere stimati e rispettati dall'intera comunità. Oggi tutte e due le cose sono state vietate dal governo centrale, e di conseguenza la funzione del Morani si è un pò svilita e, ai giovani guerrieri, non rimane altro che occuparsi della propria bellezza e degli amori notturni all'interno delle manyatta (accampamenti distaccati dai villaggi) diventate luogo di goliardie e di passatempi.

Lo si può scorgere fermo con una gamba piegata sull'altra nella posizione della cicogna; infatti come i Niloti dell'Etiopia meridionale, i Maasai trovano questa posizione molto riposante!!!

All'età di 20/25 anni i morani entrano nella classe adulta, e con l'eunoto, la cerimonia del taglio dei capelli che viene fatto dalle madri, vanto dei guerrieri. Ora possono sposarsi e sono liberi di procreare. Nel periodo precedente ai morani gli venivano date donne prepuberi e donne post - menopausa proprio per non diventare padre di un bimbo che non avrebbe avuto il diritto di vivere. Per sposarsi bisogna pagare alla famiglia della sposa un ammontare di bovini; l'equazione uomo ricco uguale più mogli esiste ancora, anche se oggi si tende a diminuirne il numero. Le donne fin da piccole possono essere promesse in sposa e, al loro arrivo nel boma, gli viene costruita una capanna di fango, frasche e sterco essiccato. Il numero delle capanne varia con quello delle mogli e dei figli del capo famiglia che deve seguire regole ben precise, come quella di mettere la capanna della prima moglie a destra, la seconda a sinistra e così di seguito una a destra e una a sinistra.Verso i 40 anni l'adulto entra nella classe di età degli anziani diventando così saggio e prodigo di consigli per tutta la società. Per i Maasai (ma così è per tutte le società pastorali), il bestiame rappresenta il centro della vita, ed un bene prezioso soprattutto quando bisogna prendere una o più mogli. Gli animali vengono uccisi solo ed esclusivamente durante i riti iniziatici e le cerimonie; la loro morte ha perciò una valenza sacra.

Il loro credo religioso è tutto rivolto a Ngai, il dio di tutti i Maaasai e creatore di tutte le cose; altra figura importante e il laibon, il profeta (si acquisisce per via ereditaria) che fin da tempi remoti ha influenzato le scelte di questo popolo essendo il mediatore tra loro e Ngai. Essendo una persona di grande prestigio verrà sepolto sotto dei tumuli di pietre, e non abbandonato nella savana (come avviene per tutti) affinché se ne cibino le iene e gli altri animali.

Noi nel profondo del cuore speriamo che questi signori delle steppe (così come tutte le altre etnie) continuino a vivere delle loro tradizioni fieri del loro status. Quando vedremo un Morani sputare per terra, non risentiamoci il suo sputo è un saluto, ma soprattutto un augurio

domenica 19 ottobre 2008

Kimaasai, la lingua dei masai

Supa = Jambo, Habari, Ciao, Come stai
Epa = Mzuri, Bene
Sere = Kwaeri, Bye Bye, Arrivederci
Ancachena = Buongiorno
Eroraiu esidei = Buonanotte
Siie = Tafadali, Please, Per favore
Maape = go, andare
Endomunuto = Kuraka, Danza
Arakarashaa = vestito masai (200 ks)
Orbinancheti = coperta masai (400 ks)
Hankamoca = scarpe masai ricavate dai pneumatici (700 ks)
Urkuma = Rungu, Randello masai (500 ks)


Difficile, veramente difficile il kimaasai, suoni troppo secchi per le mie orecchie ormai abituate e addolcite al kiswahili, le parole hanno una pronuncia dura, forse prodotta da un’impostazione diversa della lingua e della bocca, forse per i due denti inferiori mancanti... (nella riga a sinistra, le ho scritte per come le ho sentite pronunciate...)

Il ragazzo di fronte a me, abbardato nel suo classico “arakarashaa” (tipico vestito masai a tinte rosse), tutto ricoperto con i suoi inseparabili ornamenti di collane cavigliere e bracciali di perline, il suo fedele pugnale sul fianco con ai piedi le usuali scarpe di ricavate dai pneumatici, portando al polso un moderno orologio al quarzo e un sudicio marsupio di una marca di latte italiana gentilmente donato da un muzungu italiano, tra versi strani e suoni impronunciabili, a meno due giorni dal mio safari alla scoperta delle terre e della cultura masai, si e’ svolta in spiaggia una breve e improvvisata lezione di lingua kimaasai.

Gli racconto che tra tre notti dormiro’ in un minuscolo villaggio masai ai piedi del Monte Kilimangiaro... e’ felice per la mia scelta, mi guarda incuriosito, avrei mille domande da porgli, allora gli chiedo che tipo di cibo, oltre la mucca la capra e al latte mischiato al sangue, si riesce a mangiare dalle sue parti... capisco mais, ugali, pomodori, pollo, uova... niente maandazi e niente chapati, ma so che in qualche modo si sopravvivera’...

Il masai, di cui non ricordo il nome, ha 25 anni, son in 5 tra fratelli e sorelle, e la famiglia possiede 15 mucche e 30 capre. Lavorera’ a Malindi per 4 mesi, poi ritornera’ nel suo villaggio ai piedi del Monte Kilimangiaro. Non sa l’inglese, quindi il nostro punto d’incontro sono le mie 20 parole che ho imparato di kiswahili e le sue 20 parole che ha imparato di italiano lavorando come askari (guardiano) tra i wuzungu... sembra una scena fantozziana, al riparo dal sole che brucia come una padella sul fuoco, gesticoliamo entrambi alla ricerca di comprendere cosa dice l’altro...

Si stupisce che io a 32 anni sia lontano da casa, che non abbia ancora preso moglie e non abbia dei figli... come fare con questo poco “alfabeto” in comune a spiegare? Ma soprattutto, cosa potrei mai dirgli? Come farebbe mai capire le scelte e la mentalita’ wazungu?

Hakuna matata... sorride scuotendo la testa e lasciando intravedere i suoi due denti centrali mancanti, tipico della cultura masai...

Ogni tanto prende e va, deve fare il consueto giro di ronda, e’ pagato per questo, poi quando ritorna mi dice che ci son dei beach boys in giro per la spiaggia e che di loro non c’e’ da fidarsi, matata (problemi)... mi spiega che “curano” dove son le borse dei wazungu, per poi fiondarsi di corsa a prenderle e scappare via... attenti voi poveri sfaccendati beach boys! Se vi prende il masai!!!

Gli chiedo se posso fargli un foto, che la voglio spedir a mamma e papa’ che son lontani... “no, hakuna”, “ok, sawa”... tanto so che l’importante e’ stato poter condividere qualche ora con lui, fiero e coraggioso guerriero moran...

Il sole cala, tra due giorni saro’ sotto i piedi del Monte Kilimangiaro, dove provero’ a metter sulla lingua le 10 parole imparate di kimaasai...

Sere masai!”

Quando lo sente si sbellica dal ridere, la sua faccia e’ attraversata da un ghigno, un muzungu che sbiascica un arrivederci in lingua kimaasai!!!



PS del post safari: il nome corretto della lingua parlata dai masai sarebbe maa, e non kimaasai, come semplicisticamente viene chiamata… perché questa lingua viene parlata anche dalla tribù samburu e laikipia

domenica 28 settembre 2008

Oggi sposi, parte 2 (Tribu made in Kenya)

Tra sorrisi scetticismo e antropologia, curiosità e divagazioni riguardanti il matrimonio e connessi, ciò che è stato e ciò che è tutt’ora, il tutto in salsa made in Kenya. Buona lettura, e fortuna che voi siete wazungu in Italia!

Roby rob


Materiale tratto da: www.kenyacolors.com

TRIBU' MAASAI
Ad una donna Maasai è permesso avere relazioni sessuali prima del matrimonio e mantenerli con i suoi innamorati perfino dopo. Questo avviene perché ad un guerriero (moran), è permesso avere molte ragazze tra quelle non ancora circoncise, d'età compresa tra i nove e i 13 anni che non hanno ancora avuto il ciclo mestruale. Dato che molte delle ragazze sono troppo giovani per avere relazioni sessuali, i guerrieri hanno intimità con loro in altri modi. Tradizionalmente, ad una ragazza Maasai è permesso avere tre amanti tra i morans, uno spasimante, al quale lei prepara il latte, un sostituto, che occupa il posto del primo quando non è disponibile, ed un terzo che sostituisce gli altri due quando non sono presenti.


TRBU' LUO
Il matrimonio ha interessanti pratiche. Il costume per la trattativa di matrimonio è mandare un ghiottone ingordo, un uomo dalla lingua sciolta, un'intermediaria e una persona elegantemente vestita. Il ghiottone è una precauzione perché se la trattativa fallisce e così il matrimonio e c'è una richiesta di dote, le spese avute per intrattenere le persone, saranno probabilmente alte. Il parlatore e l'uomo elegante rappresenteranno molto bene lo sposo alla famiglia della ragazza, e l'intermediaria - normalmente una zia di una delle due famiglie - cercherà di raggiungere lo scopo per tutto il tempo che il complicato costume richiederà.

Una pratica che molti sarebbero contenti di vedere, è il cerimoniale di bastonatura della futura sposa, quando lo sposo viene a prenderla per sposarla.La deflorazione della sposa (ringre nyako), la parte più importante degli sposalizi, era effettuata davanti a quattro testimoni che si trovavano nella capanna. Oggi si limitano a controllare il letto il mattino dopo. Abitualmente se i testimoni non sono presenti, la ragazza è considerata vergine.

TRIBU' BORAN
Per il sesso prematrimoniale la regola sembra essere molto rigida, mentre relazioni extra matrimoniali sono trattate con molta più indulgenza.E' pratica accettata avere relazioni con qualsiasi altra donna sposata, con l'eccezione della moglie di un coetaneo, ma se questo dovesse accadere, non c'è bando o punizione, uccidere una pecora o dare un po’ di denaro al marito offeso, chiuderà la faccenda.
Questa pratica è inoltre soggetta a certe condizioni, se un uomo seduce una donna sposata del suo clan, il marito non può reclamare alcun compenso, ma se lui e il marito appartengono allo stesso clan, è obbligato a pagare i danni all'offeso se colti in flagrante.

TRIBU' KIKUYU
Ai moderni matrimoni Kikuyu, lo "Ngurario" (versare il sangue dell'unione), è ancora in uso con l'uccisione di un capretto come formalità.

TRIBU' SOMALI
La madre e la sorella della ragazza devono provare la sua verginità prima che il marito dorma con lei. Se lui non la trova vergine, lo annuncia scavando una buca fuori della capanna matrimoniale gridando violenti insulti alla famiglia della ragazza. Il vero prezzo è pagato dopo.

TRIBU' SWAHILI
Si afferma che il matrimonio non è una situazione permanente e non fino a che morte non vi separi'. Alcuni antropologi hanno notato che poligamia e divorzi, sono comuni. A parte matrimoni ufficiali (harusi ya rasmi), ci sono anche matrimoni segreti (harusi ya siri), che sono socialmente accettati e possono essere considerati affari d'amore legalmente sanzionati.

Materiale tratto da: www.kenyacolors.com