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domenica 6 settembre 2009

Gli Stati Uniti d'Africa




Gli Stati Uniti d'Africa
di
Abdourahman A. Waberi

In breve

Un mondo alla rovescia. La ricca e prospera federazione degli Stati africani è assediata da profughi in fuga dalle misere e insanguinate terre euroamericane. Una giovane donna bianca percorre la strada inversa a quella che l’ha tratta in salvo.


Il libro

Gli Stati Uniti d’Africa sono una prospera federazione, vi si fanno traffici e affari in moderne megalopoli, automobili di lusso viaggiano sull’autostrada 99, gli uomini sono evoluti e benestanti, tutti bevono l’Africola o il Neguscafè. Alle sue frontiere si accalcano però miserabili profughi, senza casa, cibo e speranza, in fuga dall’Euroamerica, sottosviluppata e funestata da guerre interetniche. Anche Maya, la protagonista del romanzo, ha percorso questo tragitto tempo fa. Nata in Normandia da una donna alcolizzata, è stata adottata da “papà dottore”, come lo chiama lei, un pediatra in missione umanitaria in Francia che l’ha ricondotta con sé ad Asmara. Allevata dalla coppia africana, colta, ricca e compassionevole, che non le ha fatto mancare amore e istruzione, Maya è cresciuta come gli altri africani nel benessere del consumismo. Ha sofferto un po’ di essere una diversa, “faccia di latte” per i compagni di scuola, ma ciò non le ha impedito di trovare una sua strada, coltivare gli studi artistici e diventare una promettente scultrice che esprime nell’arte disagio e aspirazioni. Il dolore tuttavia arriva anche in questo paese felice: dopo la malattia e la morte della madre Maya decide di fare un viaggio a ritroso in cerca della madre naturale e delle proprie origini. Ritrova così l’Europa e i suoi mali, in un duro periplo lontano dalla dolcezza delle coste africane nelle terre tristi e desolate che l’hanno vista nascere, che la sconcertano e la fanno soffrire. Ma forse anche qui un riscatto è ancora possibile. La storia di Maya, in forma quasi di racconto orale, è svolta da una voce narrante che si rivolge direttamente a lei favorendo l’identificazione. Grazie allo scavo in profondità degli stati d’animo e allo stratagemma dell’inversione di prospettiva, Waberi riesce a far sentire come ci si sente dall’altra parte del mondo e come deve apparire l’opulenta vita occidentale agli occhi altrui, in un romanzo originale, ricco di trovate, colorito, che fa riflettere.

Gli Stati Uniti d’Africa è stato pubblicato da Morellini nel 2007.

lunedì 15 giugno 2009

Il libro dell'ignoranza sugli animali


Scritto da John Mitchinson e John Lloyd (Einaudi, 304 pagine, 16 euro) si tratta di un vero e proprio compendio di stranezze e assurdita' del mondo animale. Tutto vero e scientificamente dimostrato.

Lo sapevate che i ratti, a soli tre mesi di eta', si accoppiano fino a 20 volte al giorno, mentre in un anno una femmina puo' raggiungere 500 amplessi con decine di maschi diversi? Anche l'armadillo non scherza: e' superdotato. Per farsi un'idea spannometrica se fosse un essere umano avrebbe il pene lungo un metro.

Altre perle: le falene vanno ghiotte delle lacrime di alcuni uccelli, che estraggono infilando la proboscide sotto le palpebre dei volatili addormentati. L'acaro riesce a nidificare anche nella trachea di un ape e un ghepardo puo' mangiare fino a 15 kg di carne a pasto. I delfini, quando devono nuotare in zone particolarmente rocciose si mettono una spugna davanti alla bocca per non ferirsi, mentre alcune foche, se devono immergersi in profondita', ingoiano delle pietre. Per difendersi dalle giraffe, le acacie producono una sostanza chimica che rende amare le foglie. Le balene cantano in dialetti diversi a seconda della loro provenienza.

L'ultimo aneddoto riguarda un animale fin qui tralasciato: l'uomo.“L'anello di congiunzione tra la scimmia e l'uomo civilizzato esiste: siamo noi”.


(Fonte: Repubblica)

giovedì 11 dicembre 2008

Ebano, di Ryszard Kapuscinski (27)






Le lingue europee sono ricche solo finche’ si tratta di descrivere la propria cultura: appena si addentano nelle culture altrui e cercano di parlarne, rivelano subito la propria limitatezza, la mancanza di sviluppo, l’impotenza semantica.


Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)

Ebano, di Ryszard Kapuscinski (26)



L’europeo di passaggio in Africa di solito ne vede solo una parte, ossia l’involucro esterno, spesso il meno interessante e forse anche il meno importante.


Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)

Ebano, di Ryszard Kapuscinski (25)





Chiunque si trovi per la prima volta in un supermarket Americano verra’ colpito dalla ricchezza e dalla varieta’ delle merci che vi sono contenute, dalla presenza di ogni possibile oggetto che l’uomo ha inventato, creato e poi portato, collocato, accatastato, facendo si che il cliente non debba pensare a niente e abbia tutto pronto sottomano.

Il mondo africano comune e’ diverso. E’ un mondo povero, di una semplicita’ elementare, ridotto a pochi oggetti base: una camicia, una ciotola, una manciata di semi, un sorso d’acqua. La ricchezza e la varieta’ del suo mondo non si esprimono in forme materiali, oggettive, tangibili e visibili, ma nei valori e nei significati simbolici che l’uomo attribuisce agli oggetti piu’ semplici, a infime cose invisibili per I non iniziati.

Una penna di gallo puo’ essere considerata una lanterna che illumina il cammino del buoi, e una goccia d’olio uno scudo che protegge dai proiettili. L’oggetto assume un valore simbolico e metafisico perche’ cosi ha deciso l’uomo che con la sua scelta lo sublime, lo sposta in un’altra dimensione, in una sfera esistenziale superiore: nella trascendenza.


Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)

mercoledì 3 dicembre 2008

Ebano, di Ryszard Kapuscinski (24)



Qui (in Africa) il limite della memoria e’ anche il limite della storia.
Prima non c’e’ niente. Il prima non esiste. Storia e’ cio’ che si ricorda.


Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)

Ebano, di Ryszard Kapuscinski (23)





Se nel villaggio c’e un maestro, lo spazio sotto i rami funge da aula scolastica. La mattina ci si riuniscono tutti i bambini del paese. Non esistono classi divise a seconda dell’eta’: chi vuole venire, viene. Il maestro o la maestro attaccano al tronco un foglio di carta con l’alfabeto e indicano le lettere con una canna. I bambini guardano e ripetono. Devono imparare tutto a memoria: non hanno con che cosa ne su che cosa scrivere.


Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)

Ebano, di Ryszard Kapuscinski (22)


Dunque e’ sera, stiamo seduti sotto il grande albero, una ragazza mi porge un bicchiere di te’. Odo parlare persone dai visi forti e lucenti, come scolpiti nell’ebano, avvolti da un silenzio dove niente si muove. Capisco poco di quel che dicono, ma le voci hanno un tono grave e convinto. Parlando si sentono responsabili della storia del loro popolo. Sono loro a conservarla e svilupparla. Non possono dire: “leggete la nostra storia nei libri” perche’ quei libri non esistono, non sono mai stati scritti. Non esiste storia all’infuori di quella che riescono a raccontare qui. Non avranno mai una loro storia compilata in modo scientifico e obiettivo, come si dice in Europa, poiche’ la storia Africana non conosce documenti e scritture. Ogni generazione, udendo la versione che le veniva tramandata, l’ha modificata e continua a modificarla, trasformandola e abbellendola. Ma proprio per questo la storia qui, libera dal peso degli archivi e dal rigore dei dati, raggiunge la sua forma piu’ pura e cristallina: quella del mito.

Un mito deve invece dei dati e della misura meccanica del tempo (giorni, mesi, anni) vivono espressioni quali: “tempo fa”. “molto tempo fa”, “tanto tempo fa che nessuno piu’ se ne ricorda”, termini che consentono ddi collocare e di sistemare tutto nella gerarchia del tempo. Un tempo che non si sviluppera’ in modo lineare, ma assumera’ la forma del moto terrestre: una forma rotatoria, uniformemente circolare. In una simile visione del tempo il concetto di sviluppo non esiste, sostituito dal concetto di durata. L’Africa e’ l’eterna durata.


Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)

Vivere alla giornata, by FREDDIE


Vivere alla giornata, by FREDDIE



Tratto da “Come prendere il Mal d’Africa (e altri 101 virus tropicali)”, di FREDDIE

Si sente spesso dire che i kenioti, specialmente le tribù giriama della costa, vivono alla giornata. Si tratta di una semplificazione che determina il loro lifestyle, il modo di porsi di fronte agli eterni dilemma dell’esistenza.

Siamo in presenza senza dubbio di una grave forma virale, di una patologia davvero insopportabile per l’uomo occidentale, che ormai e’ abituato a vivere al secolo, se non al millennio.

Malattia tropicale i cui sintomi si avvertono attraverso una sorta di emiparesi che disegna sul volto un sorriso ebete e una lentezza nei movimenti a meta’ tra il primo uomo sulla luna e la moviola della Domenica Sportiva.

Vivere alla giornata e’ un virus che, se dura poco o viene circoscritto con adeguate cure, puo essere benefico; se prolungato e poi cronico, puo portare invece a scambiare la propria angusta villetta provvista di piscine, con un comodo e lussuoso bilocale in fango e sterco a Kisumu Ndogo.

E’ molto facile trasmetterlo agli altri, ma anche suscitare un misto di compassione e distacco che spinge il prossimo a scatenare immediatamente gli anticorpi e a starsene alla larga.

Attenzione, la malattia non agisce sui neuroni, ma sul sistema nervosa e sul cuore, quindi e’ molto piu’ difficile curarla, inoltre non e’ sempre facile diagnosticarla, perchè molta gente vi e’ gia naturalmente predisposta.

Gli infetti sono strani individui di carnagione chiara. Li vedete andare in giro a passo dim zee (andatura da ottantacinquenne con osteoporosi), riflette un quarto d’ora prima di attraversare la strada, sorride a tutti e saluta perfino le piante, ma allo stesso tempo fregarsene di un appuntamento, del lavoro, di riparare l’automobile perche’ “se metterla a posto costa 12 mila scellini, con la stessa cifra ho a disposizione 600 corse con il “boda-boda” (il taxi bicicletta)

Spaesati, svagati, drogati d’aria e di tangawizi (una bevanda frizzante a base di ginger, una sorta di Sprite piccante. Disgustosa), stanchi gia’ dal mattino, arrivano alla sera davvero convinti di aver vissuto una vita intera, come una farfalla.

Allievi che hanno gia’ superato i maestri, prendendo tutto cosi alla leggera che anche gli stessi kenioti prima o poi si chiederanno se per caso a quei muzungu (uomo bianco) strani non gli sia finito addosso un matatu (i taxi collettivi locali).
Non che un Katana (uno dei nomi propri piu’ frequenti tra i Giriama, tribu’ della costa) qualsiasi non si sia mai posto i quesiti fondamentali, anzi, probabilmente li ha risolti mooooolto prima di noi.

Ecco un esempio di come il giriama modello ha affrontato la questione:

Domanda: chi sono?
Risposta: un Katana qualsiasi.
Domanda: da dove vengo?
Risposta: da Mtangani, sulla strada per le prigioni di Malindi
Domanda: da dove veniamo tutti?
Risposta: io da Mtangani, alcuni miei parenti da Kololeni, i cugini da Marafa. Gli altri basta chiederglielo.
Domanda: perche’ siamo qui?
Risposta: per i soldi, altrimenti ce ne stavamo al villaggio a farci i cavoli nostri (e anche le nostre mchiche) dalla mattina alla sera
Domanda: da quanto tempo siamo qui?
Risposta: da parecchio, i matatu e’ in ritardo
Domanda: dove siamo diretti?
Risposta: dipende da chi guida e se ha fatto sufficente benzina.
Domanda: c’e’ un altrove?
Risposta: si, ma il passaporto per andarci costa troppo e il viaggio non ne parliamo…

Come si puo notare, tutti I rompicapo su cui l’uomo occidentale si e’ arrovellato per secoli e secoli, pensando all’immediato presente prossimo perche’, dice Katana: “il futuro e’ un’altra vita e io alla reincarnazione mica ci credo”.

Ultimamente un gruppo di studiosi stranieri di Malindi ha dato vita alla “Giriama Foundation”, associazione no-appofit che si e’ posta come obiettivo la comprensione globale della filosofia di vita delle popolazioni locali e la possibilita’ di metterci in relazione. Cosa che per ora non sono riusciti a fare migliaia di residente italiani, centinaia di uomini di fede, decine di enti di beneficenza e milioni di rapporti sessuali interrazziali.

I soci fondatori hanno pazientemente frequentato i baretti e i ritrovi locali, hanno vissuto per settimane intere nelle capanne di fango e sterco, hanno mangiato ottima polenta e spinaci, hanno bevuto acqua dei pozzi, e alcuni di loro non sono morti.

Una delle prime carte ufficiali dei superstiti della fondazione e’ il decalogo, una serie di inappuntabili postulate che aiutano a fare luce sugli indigeni e di conseguenza su tutti i muzungu che hanno uno stile di vita eccessivamente in sintonia con la terra in cui si sono trasferiti. Due di questi postulati sono davvero indicative per capire cosa voglia dire “vivere alla giornata”.


SE DOMANI MI ALZO

Questo e’ senza dubbio il piu’ importante postulato, tra quelli che esplorano I motive del cosiddetto “vivere alla giornata”.

Determina non soltanto l’incertezza e l’indice di casualita’ dato dal “se”, ma anche dalla scansione temporale a cui per prima cosa ed in ogni momento si fa riferimento. Il giorno dopo.

Inoltre il condizionale “se” impone di fermare la frase li, perche’ e’ inutile fare dei progetti quando non e’ nemmeno certa la propria presenza.

Quindi sbaglia il muzungu programmatore che avrebbe chiuso ogni frase: “se domani mi alzo, vado al mare” o “da domain mi metto a dieta”

Ed e’ il minimo, perche’ il muzungu, per quanto riguarda le cose piu importanti, non mette nemmeno in dubbio la propria presenza, come se l’uomo civilizzato nel terzo millennio non potesse sparire cosi, da un momento all’altro.

“Domani mi sposo”, “Domani mi licenzio”.

Il dubitativo metterebbe in allarme tutti. Chi provasse a lanciare un “se domani mi alzo, mi sposo”, verrebbe preso per pazzo complete, e offenderebbe la future (ipotizzabile) consorte.

E’ forse proprio la mancanza di tale fatalismo a complicarci la vita e a rendercela una gabbia (matrimonio a parte, era solo un esempio, per carita’)?

Insomma a Malindi non esiste “da grande” o “quando saro’ vecchio” o semplicemente “la prossima estate”.

Nel pensiero di molti indigeni anche una frase come “l’anno venture mi trasferiro’ a Mombasa”, diventa “se domain mi alzo, e’ praticamente certo che non vado a Mombasa”. Il pensiero restera’ pressoche’ uguale tutti i giorni, fino alla sera prima del trasferimento nella cittta’.

Sempre che Katana, quel giorno, abbia deciso di alzarsi.



NON C’E’ UN PERCHE’

Ecco la risposta perfetta a tutte le casualita’ che governano il mondo e la nostra esistenza.
Sembra fin troppo facile questo fatalismo da Quattro soldi, ma in realta’ Katana guarda molto piu’ in alto.

Non c’e’ un perche’ nemmeno nel comportamento di Dio, che ci ha messi un po’ nelle peste, dice lui. Ma siccome non c’e un perche’ per quasi tutto, possiamo continuare a pregare, anche perche’ noi quaggiu’ ci comportiamo allo stesso modo.

Il bianco arrivato in Kenya vede soltanto la punta dell’iceberg di questo profondo pensiero. “Perche’ rifa’ lo stesso errore ogni giorno?” pensa il suo houseboy, “perche’ se ogni volta che ho un appuntamento con un africano alle 10, arriva alle 11?”, “perche’ il falegname prima impaglia le sedie e poi le vernicia?”

E’ cosi semplice: Non c’e’ un perche’


Tratto da “Come prendere il Mal d’Africa (e altri 101 virus tropicali)” di FREDDIE

FREDDIE, al secolo Alfredo del Curatolo, che di mestiere in Italia scriveva e che in Kenya spadella. E’ l’autore del perdibile manuale “ Come diventare un perfetto residente italiano a Malindi” e “I racconti di nonno Kazungu”

Che cos'e il mal d'Africa, by FREDDIE

Che cos'e il mal d'Africa, by FREDDIE



Tratto da “Come prendere il Mal d’Africa (e altri 101 virus tropicali)”, di FREDDIE

Questo libro e’ dedicato a quei muzungu tristi che, anche in Africa, non ti sorrido nemmeno se li paghi, e a quei kenioti che, se li paghi anche una sola volta, ti salutano e ti sorridono per tutta la vita.


CHE COSA E’ IL MAL D’AFRICA

Spiegare a parole un innamoramento e’ affar serio. Si rischia la banalita’, ci si puo’ imbattere in luoghi comuni o infilare la penna in un barattolo di miele e trasformare una sensazione magica in un articolo di Alberoni o nel volumaccio di una finta psicologia televisiva.

Proviamo?

Immaginate un luogo in cui il cielo non vi sovrasta, vi attraversa; l’aria non si respira, si assapora; il tempo scorre, non corre ed il sistema nervoso si sistema, non s’innervosisce. Un luogo dove la gente non t’incrocia, ti saluta. Dove tutto e’ vero, anche le cose spiacevoli, perche’ tutto e’ vita, non una scorciatoia per evitare le paure ed arrivare prima al Niente o all’Oltre. Bando alle filosofie afro-orientali.

Il mal d’Africa e’ uno stato dell’anima, prima ancora che uno stato mentale.

Il mal d’Africa non e’ uno stato dell’esofago e nemmeno uno Stato dalle parti del Lesotho, Maldafrica non e’ una citta’ del Benin o un paese del Belin.

E’ qualcosa che pulsa nello stomaco ed esiste a prescindere dalla cattiva digestione del vecchio, pesante continente o di una giovane, fresca noce di cocco.

Mal d’Africa e’ imparare a perdere tempo scrutando una lucertola dalla testa arancione fare le flessioni.

Mal d’Africa e’ osservare un meccanico che non sa da dove cominciare a riparare il motore della vostra auto.

Mal d’Africa e’ emozionarsi davanti a un tramonto breve sapendo che il giorno dopo, comunque andra’, ce ne sara’ uno apparentemente identico ma dalle sfumature inedite.
Imparare che non e’ vero che se non si desidera tutto non si otterra’ nulla, che accontentarsi non e’ sempre una sconfitta e che vivere alla giornata e’ un buon metodo per aggiornare l’esistenza.

Capire la propria diversita’ e accettare quella degli altri, in un luogo dove nemmeno Gesu’ avrebbe potuto affermare che gli uomini sono tutti uguali.

Mal d’Africa e’ vivere in sintonia con le fasi lunari, con i fusi locali, in serenita’ con il ciclo vitale e in equilibrio su un ciclo cinese.

Mal d’Africa e’ capire di non essere capiti e farsene una ragione, e’ annoiare la noia, impigrire la pigrizia, rincoglionire l’intelligenza e assoggettarla ai propri ritmi, imprigionare il pensiero e liberarlo con una cauzione eterna che sara’ il cuore a pagare, in comode rate stagionali.

Mal d’Africa e’ un silenzio pagano, un ruggito religioso, uno stato d’animo.

Il Mal d’Africa, se ‘e’ quello vero, e’ un bene incurabile


Tratto da “Come prendere il Mal d’Africa (e altri 101 virus tropicali)”, di FREDDIE

FREDDIE , al secolo Alfredo del Curatolo, che di mestiere in Italia scriveva e che in Kenya spadella. E’ l’autore del perdibile manuale “ Come diventare un perfetto residente italiano a Malindi” e “I racconti di nonno Kazungu”

Ebano, di Ryszard Kapuscinski (21)


La presenza degli altri rincuora e da coraggio. L’africano si sente continuamente minacciato: in questo continente la natura assume forme cosi mostruose e aggressive, prende aspetti cosi vendicativi e paurosi, tende all’uomo tali trappole e trabocchetti, da costringerlo a vivere in una continua sensazione di insicurezza del futuro, in uno stato d’allarme e di paura perenni. Qui tutto assume forme iperboliche, esorbitanti, istericamente eccessive. Se c’e tempesta, i fulmini sembrano scuotere la terra dalle fondamenta e i lampi squarciare il cielo; se c’e un acquazzone, e’ un muro compatto d’acqua che tra un attimo ci sommergera’, schiacciandoci sottoterra; se c’e siccita’, e’ un’aridita’ che prosciuga fino all’ultima goccia d’acqua, condannato alla morte per sete. Qui nulla mitiga i rapporti tra uomo e natura: non esistono compromessi, gradualita’, stati intermedi. E’ una continua battaglia per la morte o la vita. L’africano e’ un uomo che fin dalla nascita sta al fronte, sempre in lotta contro la natura ostile del suo continente; e il fatto stesso di riuscire a sopravvivere e’ gia di per se’ la sua vittoria piu’ grande.


Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)

Ebano, di Ryszard Kapuscinski (20)


Per quanto li abbia osservati a lungo e a piu’ riprese, non saprei dire che cosa facciano cosi seduti. In realta’ non fanno niente, non parlano neanche tra loro. Fanno pensare a persone in attesa nell’anticamera di un dottore: ma il paragone non calza, in quanto prima o poi il medico arriva. Qui invece non arriva nessuno. Nessuno arriva, nessuno se ne va. L’aria vibra, ondeggia, palpita inquieta come sopra un paiolo d’acqua in ebollizione.


Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)

venerdì 28 novembre 2008

Ebano, di Ryszard Kapuscinski (19)

Ormai erano persuasi che ogni volta che parlavano con qualcuno questi finesse immancabilmente per chiedere loro qualcosa: di fargli avere una borsa di studio, di trovargli un lavoro, di dargli dei soldi. L’interlocutore aveva sempre genitori malati, bambini a carico e non mangiava da vari giorni. Lamentele e piagnistei si ripetevano a ogni incontro: non sapevano piu’ come reagire, si sentivano cascare le braccia. Alla fine, seccati e delusi avevano preso una decisione: niente piu’ contatti, incontri o conversazioni. E ci si attenevano.

Spiegai ai due scozzesi che le pretese dei loro interlocutori derivavano dalla convinzione di molti africani che il Bianco abbia tutto, e comunque che abbia molto, molto piu’ del Nero. E che quando sulla strada appare un Bianco e’ come aver trovato la gallina dalle uova d’oro: deve approfittare dell’occasione, non puo’ permettersi di sprecarla. Tanto piu’ che in effetti molta di questa gente non possiede niente, ha bisogno di tutto e desidera tante cose. Inoltre bisogna considerare la differenza di abitudini e di aspettative.

Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)

Ebano, di Ryszard Kapuscinski (18)

Per questo in Africa di solito non si chiede: “quanti chilometri sono?” ma: “quanto tempo ci vuole?”. Prima di rispondere, uno alza istintivamente gli occhi al cielo. Se c’e il sole, tre o Quattro ore basteranno: ma se e’ nuvolo e minaccia di piovere durante il viaggio, nessuno puo’ dire quando arriveremo a destinazione.
Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)



martedì 25 novembre 2008

Ebano, di Ryszard Kapuscinski (17)

Ancora i bambini. Basta fermarsi in un villaggio, in una cittadina o semplicemente in un campo perche’ subito arriva una masnada di bambini indescrivilmente laceri, coperti di camicine e calzoncini a brandelli. Loro unico bene e nutrimento, una piccolo zucca con dentro un po’ d’acqua. Pezzi di pane e di banana spariscono trangurgitati in un baleno. Per questi bambini la fame e’ uno stato abituale, una forma di vita, una seconda natura. E tuttavia loro non chiedono ne pane ne frutta, e nemmeno soldi.

Chiedono una penna.

Una penna a sfera. Costo: dieci centesimi. Si, ma dove trovarli?
Vorrebbero tutti andare a scuola, studiare. Di tanto in tanto a scuola ci vanno (sedendo all’ombra di un grande mango). Ma, senza una penna, non riescono a imparare a scrivere. Non hanno una penna.


Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)


Ebano, di Ryszard Kapuscinski (16)

La tecnologia moderna si e’ rilevata un valido alleato per questi piccoli (i bambini), regalando loro l’economica e leggera tanica di plastica. Qualche decina d’anni fa questa tanica ha rivoluzionato la vita Africana. Ai tropici l’esistenza e’ condizionata dall’acqua. In mancanza di tubazioni e con l’acqua che scarseggia ovunque, bisogna trasportarla per lunghe distanze, talvolta per varie decine di kilometri. Per secoli a questo scopo si sono usate pesante broche di argilla o di pietra. La cultura Africana ignora il trasporto su ruote, l’uomo trasporta tutto da solo, perlopiu’ sulla testa. Le broche d’acqua venivano portate dalle donne, era un loro incarico nella suddivisione del lavoro domestico. A parte il fatto che un bambino non sarebbe riuscito a sollevarla, in quel mondo di poveri c’era solo una brocca per casa.

Ed ecco arrivare la tanica di plastica. Miracolo! Rivoluzione! Prima di tutto e’ relativamente economica (per quanto in certe case sia l’unico oggetto di valore): costa circa due dollari. Ma l’essenziale e’ la sua leggerezza. Inoltre ce ne sono di tutte le misure, per cui anche un bambino piccolo puo’ portare a casa qualche litro.

Adesso tutti i bambini portano l’acqua. E infatti vediamo continuamente torme saltabeccanti che, giocando e bisticciando, vanno a prendere l’acqua a una fonte lontana. Che sollievo per la donna africana oberata di lavoro al di sopra delle sue forze, che cambiamento nella sua vita, quanto tempo risparmiato per se’ e per la casa!

Ma la tanica di plastica possiede anche un’infinita’ di altri pregi. Uno dei principali e’ quello di sostituire l’essere umano nelle code. Nei luoghi dove passavano le autocisterne si stava in coda per l’acqua giornate intere. Sotto il sole dei tropici stare in piedi e’ una tortura. Un tempo non si poteva posare la brocca e ripararsi all’ombra: era troppo cara per rischiare di farsela rubare. Adesso la coda, invece delle persone, la fanno le taniche e intanto la gente se ne va all’ombra, al mercato o a trovare gli amici. Viaggiando per l’africa si vedono chilometriche file multicolori di taniche, in attesa che arrivi l’acqua.


Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)


lunedì 24 novembre 2008

Ebano, di Ryszard Kapuscinski (15)

L’immagine dell’Africa piu’ diffusa in Europa? Fame, bambini scheletrici, terra riarsa e crettata, bidonville, carneficine, Aids, torme di profughi senza tetto, senza vestiti, senza medicine, senza acqua ne pane.

E il mondo corre in aiuto.

Come in passato, cosi anche oggi l’Africa e’ vista oggettualmente, come il riflesso di un’altra stella, come territorio e campo d’azione di colonizzatori, mercanti, missionari, etnografi, organizzazioni umanitarie (nella sola Etiopia ne funzionano piu’ di ottanta).

E invece, a parte tutto il resto, essa esiste anche in se’ e per se’. un secolare, chiuso continente a parte, dove coesistono boschi di banana, magri campicelli di manioca, giungle, lo sterminato Sahara, fiumi in via di prosciugamento, boscaglie che si diradano, mostruose citta’ malate: una zona del mondo percossa da un’inquieta, violenta carica di elettricita’.

Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)


Ebano, di Ryszard Kapuscinski (14)

Ne parliamo dettagliatamente un giorno con A., un vecchio inglese residente qui da molti anni. E cioe’: la forza dell’Europa e della sua cultura, al contrario di molte altre culture, risiede soprattutto nella sua capacita’ critica e soprattutto autocritica, nella sua arte di indagare e di analizzare, nelle sue continue ricerche, nella sua inquietudine. La mentalita’ europea riconosce di avere dei limiti, accetta la sua imperfezione, e’ scettica, dubbiosa, si pone interrogative. Le altre culture sono prive di questo spirito critico. Anzi tendono alla boria, a considerare perfetto tutto cio che e’ loro, sono acritiche nei propri confronti. Attribuiscono la colpa di tutto esclusivamente agli altri, a forze estranee (congiure, agenti, dominazioni straniere sotto varie forme). Interpretano ogni critica come un attacco malevolo, come un segno di discriminazione, di razzismo. I rappresentanti di queste culture considerano la critica come un’offesa personale, come un tentativo deliberato di umiliarli, perfino come un modo di infierire. A dir loro che la citta’ e’ sporca, reagiscono neanche avessimo detto che sono sporchi loro stessi, che hanno le orecchie, il collo e le unghie nere. Invece di sviluppare lo spirito critico, sono impastati di rancori, di complessi, di invidie, di insofferenze, di permalosita’, di manie. Cio’ li rende culturalmente, strutturalmente incapaci di progredire, di creare in se’ una volonta’ di trasformazione e di gruppo.

Le culture africane (perche’ sono molte, cosi come sono molte le religioni) appartengono per caso a questi acritici intoccabili? Certi africani come Sadig Rasheed hanno cominciato a chiederselo, cercando di scoprire come mai, nella gara dei continenti, l’Africa arrivi sempre ultima.

Tratto da Ebano, di Ryszard Kapuscinski (edizioni Feltrinelli)


venerdì 21 novembre 2008

Proverbio swahili (2)

Uso mzuri hauhitaji marebo

A lovely face needs no adornment.
Un bel viso necessità di nessun adornamento.

Good wine needs no bush.
Il buon vino non ha bisogno di cespugli.


Tratto da “Bush friendly tips for girls (Boys too!) – Your ultimate safari guide to Kenya”, di Lisa Christoffersen e Suzie Sardelli (traduzione in italiano a cura di Esther e Roberto)

Proverbio swahili (1)

Taratibu ndio mwendo

Slowly is the proper way to move
Lentamente è il modo corretto di muoversi

Slow but sure.
Lento ma sicuro


Tratto da “Bush friendly tips for girls (Boys too!) – Your ultimate safari guide to Kenya”, di Lisa Christoffersen e Suzie Sardelli (traduzione in italiano a cura di Esther e Roberto)