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domenica 18 gennaio 2009

L'elefante, tembo







E’ grande e grosso, visto da vicino incute un certo timore, ma e’ cosi bello che vorresti poterlo accarezzare giocando con la sua lunga proboscite…

L’elefante, ndovu o tembo in lingua swahili, e’ un animale pero’ comunque pericoloso a cui bisogna prestare una certa attenzione. Se inizia a barrire e ad allargare le orecchie, beh, non vi rimane che chiudervi sul vostro automezzo e cercare di allontanarvi… sempre che un automezzomezzo l’abbiate!

Durante i safari, spesso si possono ammirare placide famigliole che attraversano la strada con tutta la loro flemmatica lentezza: mamma o papa’ che da capofila ferman tutta l’allegra carovana alzando la proboscite al cielo per annusare l’aria e testare il vostro odore…

La vita media di un elefante si aggira sui 60 anni. Il maschio adulto arriva a pesare sulle 5-6 tonnellate, mentre la femmina non supera le 3,5 tonnellate. L’altezza varia invece dai 2,5 ai 4 metri. La sua alimentazione comprende 200 kg di vegetali al giorno bevendo oltre 300 litri di acqua… mica male per essere un erbivoro!

Una curiosita’: gli elefanti sono i soli animali che non possono saltare. Riescono pero’ benissimo ad accartocciare il vostro automezzo come una scatola di sardine…

Vederli liberi nei loro spazi, nella savana africana, mangiucchiare un ramoscello, abbeverarsi in una pozza d’acqua, fare il bagno per poi dopo, con la loro lunga proboscite, cospargersi il corpo di terra e polvere per proteggere dal sole la loro delicata pelle, beh, e’ una bella emozione.





Ma l’emozione piu’ grande, il fascino dell’Africa che ha pulsato dentro le mie vene, e’ stato poter vedere questi enormi erbovori fuori dai percorsi turistici dei parchi nazionali. Con Thomas, John e qualche altro loro amico masai, ci siam avventurati a piedi nel masailand - ai piedi del maestoso Monte Kilimangiaro dalla punta innevata - per andare alla boma di famiglia, un recinto spinoso fatto di rami d’acacia per protegger se stessi e gli animali dagli attacchi dei predatori… Terra rosso fuoco sotto i piedi, alberi di acacia a perdita d’occhio… sotto un sole cocente valutar le fresche tracce, rimanere in silenzio, ascoltare il vento, accucciarsi a terra per poi scovar a breve distanza un enorme branco… elefanti, tanti, belli e pericolosi, altamente irritabili a causa dei ragazzini del villaggio che per animare le giornate e annoiare la noia giocano a tirargli i sassi per poi scappare e mettersi allegramente a ridere... altro che star in salotto a giocare con la playstation!

Accucciarsi a terra, valutare il vento, sentir il masai rumoreggiare con la bocca e le mani un richiamo, evitar di rimaner chiusi in mezzo al branco, camminare, ascoltare, prudenza, porre molta prudenza, stare a terra, sono li’, a poca distanza da noi, potrebbero sentire il nostro odore se girasse il vento…

Beh, veder un branco di elefanti a piedi, alle falde del Kilimangiaro, in compagnia di un piccolo gruppo di uomini e donne masai, con la sola protezione della loro esperienza e del loro pugnale sotto il vestito, beh ragazzi, questa e’ tutta un’altra cosa… e c’è da gustarsi più volentieri il chai (thè) preparato alla boma

Al prossimo racconto di viaggio!

Robato Msafiri


PS: racconto di viaggio tratto dal safari di ottobre 2008 (Masailand, Amboseli, Tsavo Est & Ovest)






domenica 11 gennaio 2009

Proverbio Masai



« Trattiamo bene la terra su cui viviamo:
essa non ci è stata donata dai nostri padri,
ma ci è stata prestata dai nostri figli »

Proverbio Masai

venerdì 12 dicembre 2008

Poveri Masai! (A ognuno il proprio Dio!)




Mi capita spesso di spulciare il web alla ricerca di informazioni e curiosita’ relative al Kenya e all’Africa in generale… ogni tanto trovo qualcosa di interessante, altre volte qualcosa di completamente inutile, altre volte invece qualcosa che mi sorprende e che mi sbalordisce…

Lo scritto che segue e’ stato scaricato dal sito http://www.watchtower.org/. Leggetelo. Io son rimasto senza parole:

“Oggi le comunità masai dell’Africa orientale vengono raggiunte dal ministero dei testimoni di Geova. Oltre 6.000 copie dell’opuscolo Vivere sulla terra per sempre! sono state stampate in lingua masai. Così i masai sono aiutati a capire la differenza tra le superstizioni prive di fondamento e la verità biblica. È davvero rincorante vedere che il nostro Creatore, Geova Dio, offre a questo popolo unico e pittoresco l’opportunità di unirsi a “ogni nazione e tribù e popolo e lingua” per sopravvivere alla distruzione di questo sistema di cose turbolento. — Rivelazione (Apocalisse) 7:9.”

Personalmente, trovo cio’ che stanno facendo i testimoni di Geova sia una cosa inutile e ridicola, oltre che dannosa e pericolosa.

Perche’ mai andare da una comunita’ orgogliosa e fiera di essere cio’ che e’, loro che hanno rifiutato l’idea di sviluppo “all’occidentale” e il compromesso di modernita’ dettato dal consumismo-capitalismo, loro che vivrebbero ancora di baratto e la cosa piu’ importante e preziosa che possono avere e’ il bestiame e le loro tradizioni, perche’ mai andare dai Masai con l’intenzione di redimerli? Ma redimerli da cosa? Cosa hanno mai fatto i Masai per meritarsi questo insulto e ricevere questa violenza?

Cosa serve andare in Africa dai Masai per “aiutarli a capire la differenza tra le superstizioni prive di fondamento e la verita’ biblica”? Chi sono i testimoni di Geova per poter dire e fare questo? Chi ha dato a loro questo potere? Dove sta la loro intelligenza e il loro buon senso? Dove sta la loro fraternita’ e il loro amore per Dio? Per quale Dio?

Ognuno e’ - o dovrebbe - esser libero di professare la propria religione e di pregare il proprio Dio. Ognuno. In ogni parte del mondo. Qualsiasi sia il proprio Dio.

Personalmente non ho nulla contro i testimoni di Geova, perche’ anche la chiesa cattolica ha fatto (e sta facendo tutt’oggi) altrettanto (con altrettanti danni) in ogni parte di mondo… la chiamano evangelizzazione… e cosi, comunita’ tribali e remote, distanti anni luce dalle scritture della Bibbia, si ritrovano a pregare per un Dio che non gli appartiene… magari in cambio di un pozzo per l’acqua o di una scuola o di un ospedale…

Ma cosa avranno mai fatto i Masai per meritarsi questo? Possibile che nel 2008 possan succedere ancora di queste cose?


Roberto

(Info tratta da: http://www.watchtower.org/i/20020222/article_01.htm)

mercoledì 3 dicembre 2008

Maasai, sfide e speranze







Tratto dal sito: http://www.maasai.com/

I Maasai non hanno vita facile nell'Africa moderna. Fino all'arrivo dei coloni britannici, le fiere tribù Maasai avevano occupato le zone più fertili. I Maasai si sono battuti in difesa del proprio territorio, ma le lance non hanno potuto nulla contro le armi delle truppe britanniche ed inoltre, nei tribunali inglesi, i loro avvocati non hanno mai avuto opportunità eque.
Nel 1911 un piccolo gruppo di Maasai ha ceduto la propria terra a coloni britannici, sicuramente senza capire bene quali sarebbero state le conseguenze di tale trattato.
I Maasai hanno perso circa i due-terzi delle loro terre e sono stati trasferiti in luoghi meno fertili del Kenya e della Tanzania. Le altre tribù Kenyote si sono adattate più velocemente al "progresso" dei tempi. I Maasai, invece, hanno mantenuto le loro tradizioni: per loro è una grande sofferenza ogni volta che il Kenya si appropria di altra terra loro per sopperire alle necessità generate dall'aumento della popolazione.

Finalmente un trend positivo per i Maasai è stato, in questi ultimi anni, lo sviluppo di una specifica forma di eco-turismo. Sebbene altre tribù del Kenya considerino gli animali selvatici come cibo o come minaccia ai loro raccolti, i Maasai vi coesistono pacificamente.
Quando un leone sbrana una mucca o delle capre, deve essere ucciso, oppure catturato e rilasciato in un Parco Nazionale. L'uccisione dei leoni per ritorsione una volta era rara, oggi è più frequente. Sempre più spesso i leoni vengono uccisi e in poco tempo potrebbero scomparire. Per ovviare a questo problema, (Campi ya Kanzi) abbiamo istituito il Progetto Simba tramite il quale sono stati assunti dei guerrieri Maasai come sorveglianti dei leoni (più leoni = più lavoro) ed, allo stesso tempo, i proprietari che hanno perso del bestiame perché ucciso da un leone, vengono indennizzati con un rimborso pari al valore dei capi persi.
In passato i Maasai e gli animali convivevano pacificamente. Nel momento in cui i Maasai comprenderanno il valore economico della presenza degli animali selvatici sul loro territorio, il futuro della terra stessa, degli animali e della gente Maasai non sarà più così incerto.

Tratto dal sito: http://www.maasai.com/

La vostra visita a Campi ya Kanzi aiuta i Maasai a tutelare la propria eredità.

Lo scopo principale di Campi ya Kanzi è proteggere la terra dei Maasai del Kuku Group Ranch, e fare in modo che, se lo desidera, la comunità Maasai possa continuare a vivere secondo le sue tradizioni. La vostra permanenza a Campi ya Kanzi contribuisce realmente e concretamente alla realizzazione di questo obbiettivo. Non si deve dimenticare che per ogni giorno passato a Campi ya Kanzi, i $30 di Conservation Fee vengono destinati all'assistenza della comunità di Maasai e per proteggere la flora e la fauna indigena.




(per maggiori informazioni circa “Campi ya Kanzi”, consultare il sito sopra indicato)

Maasai, il destino dei Maasai






Tratto dal sito: http://www.maasai.com/

I Maasai sono sempre stati speciali. I loro mantelli rosso brillante li hanno resi immediatamente riconoscibili. Con la lancia in mano, sono calmi e coraggiosi, nonostante il pericolo. Le truppe armate britanniche che allontanarono i Maasai dalle loro terre nel tardo XIX° secolo avevano grande rispetto per questi membri di una tribù senza paura. Fino a poco tempo fa, per diventare guerriero, un ragazzo Maasai doveva uccidere da solo un leone, armato solamente della sua lancia.

Quando incontrerete per la prima volta un Maasai, probabilmente concorderete con Karen Blixen (Isak Dinesen) che ne parla così nel suo libro La mia Africa, descrivendo la sua esperienza di vita in Kenya:

"Un guerriero Maasai è una visione affascinante. I giovani posseggono al massimo grado quella particolare forma di intelligenza che noi chiamiamo chic; pur sembrando in perenne atteggiamento di sfida, irreali e selvaggi, rimangono fermamente coerenti alla loro natura ed ad un immanente ideale. Il loro stile non è rifacimento né imitazione di perfezione straniera; è cresciuto dentro di loro, ed è un'espressione della loro razza e della loro storia, le armi e l'eleganza stanno al loro Essere come i palchi stanno al cervo maschio."

Il Kenya riconosce più di cinquanta tribù natie. All'inizio del ventesimo secolo i Maasai erano la tribù dominante. Sono la sola tribù che ha conservato la maggior parte delle proprie tradizioni, dei propri usi, costumi e della propria cultura.

In comune con gli animali selvatici coi quali co-esistono, i Maasai hanno bisogno di molta terra. Diversamente da altre tribù in Kenya, i Maasai sono nomadi e pastori: vivono allevando mucche e capre.
Il dio dei Maasai è Engai; dapprima Engai creò i Maasai, diede loro il possesso di tutte le vacche del mondo e solo in seguito creò gli altri esseri umani. I Maasai calcolano la ricchezza di un uomo in base al numero di mucche possedute: chi non ne ha, viene considerato povero. Ecco perché si riferiscono alle tribù vicine di coltivatori e cacciatori-raccoglitori come "Ndorobo," intendendo i poveri.

I Maasai non hanno villaggi con costruzioni permanenti. Costruiscono un "enkang" (recinto per bestiame) per un gruppo di famiglie. L'enkang è un cerchio di capanne, una per famiglia all'interno di un recinto circolare di cespugli spinosi. In ogni famiglia è la donna che costruisce la capanna con sterco di mucca e fango. Periodicamente, il gruppo abbandona l'enkang e ne costruisce uno nuovo in un'area che fornisce più acqua e pascoli.

Tratto dal sito: http://www.maasai.com/

Lo scopo principale di Campi ya Kanzi è proteggere la terra dei Maasai del Kuku Group Ranch, e fare in modo che, se lo desidera, la comunità Maasai possa continuare a vivere secondo le sue tradizioni. La vostra permanenza a Campi ya Kanzi contribuisce realmente e concretamente alla realizzazione di questo obbiettivo. Non si deve dimenticare che per ogni giorno passato a Campi ya Kanzi, i $30 di Conservation Fee vengono destinati all'assistenza della comunità di Maasai e per proteggere la flora e la fauna indigena.

(per maggiori informazioni circa “Campi ya Kanzi”, consultare il sito sopra indicato)

venerdì 28 novembre 2008

Come l'elefante riconosce il Masai




Come l'elefante riconosce il Masai


Articolo tratto da: www.lescienze.espresso.repubblica.it

Se è potuto constatare come la velocità di fuga degli animali nel primo minuto fosse notevolmente aumentata in presenza di costumi precedentemente indossati dai guerrieri.

Gli elefanti del Kenya si sono dimostrati particolarmente sensibili alla presenza di persone in grado di minacciarli e secondo una ricerca pubblicata su “Current Biology”, a distinguere i nemici sarebbero principalmente l’odore e il colore dei vestiti. In particolare a spaventare gli animali sarebbe l’odore di costumi precedentemente indossati da guerrieri Masai rispetto ai Kamba.

Tale comportamento può essere interpretato come una sorta di apprendimento culturale, tenuto conto che i primi tradizionalmente dimostrano la loro virilità colpendo con lance proprio gli elefanti, mentre i Kamba sono un popolo di agricoltori, ora in pericolo di estinzione, che non hanno mai rappresentato una seria minaccia per gli elefanti. Inoltre, questi ultimi sembrano rispondere aggressivamente alla presenza di vestiti di colore rosso, tradizionalmente indossati proprio dai Masai.

“Per la nostra ricerca siamo partiti da alcuni racconti che riguardano il comportamento degli elefanti nei confronti dei Masai e della loro bestiame, e pertanto ci aspettavamo di riscontrare una loro capacità distinguere tra differenti gruppi di esseri umani sulla base delle livello di rischio da essi rappresentato”, ha spiegato Richard Byrne dell’Università di St. Andrews e coautore del lavoro.

“E in effetti non siamo stati delusi: abbiamo dimostrato per la prima volta in modo sperimentale come una specie animale sia in grado di suddividere in categorie i potenziali predatori”.

Nel corso dello studio, svoltosi nell’ambito dell’Amboseli Elephant Research Project, i ricercatori si sono presentati agli elefanti con vestiti di colore rosso puliti oppure con vestiti dello stesso colore ma indossati precedentemente per cinque giorni da guerrieri Maasai o Kamba. Si è così potuto constatare come la velocità di fuga degli animali nel primo minuto fosse notevolmente aumentata in presenza di costumi Masai precedentemente indossati dai guerrieri. Tale dato è stato confermato dalla distanza raggiunta dopo cinque minuti di fuga, considerata un indice del tempo dopo il quale gli animali ritiene cessato il pericolo.

In seguito, si è indagato se gli elefanti utilizzino i colori per classificare gli esseri umani in mancanza di un odore di riferimento. Si è trovato così che con costumi di colore rosso le reazioni erano più evidenti rispetto a quelli bianchi, confermando così la diffidenza nei confronti dei Masai. (fc)


(17 ottobre 2007)

Articolo tratto da: www.lescienze.espresso.repubblica.it

Voglio vivere come un masai



Articolo tratto da: http://www.lastampa.it/

Apre il primo villaggio per eco-turisti: niente auto né luce
di DOMENICO QUIRICO

CORRISPONDENTE DA PARIGI
Ecco, lo si può proclamare alto e forte: l’Africa ha sbiadito gli antichi tabù su cui fioreggiavano gli aedi delle perenne minorità di un continente «che non ha saputo ancora entrare nella Storia». E il segno definitivo di questo escatologico trapasso non è l’avvento dell’afropetrolio, o il protagonismo di una società civile finalmente chiassosa, pretenziosa e critica. Non è neppure «l’Africa del telefonino e di Internet», celebrate con interessata enfasi come la rivoluzione industriale del continente.

No, è ben altro. L’Africa ha finalmente scoperto che la vera eguaglianza con l’Occidente dei ricchi e dei furbi consiste nello sfruttare metodicamente i difetti degli antichi padroni, nel riempirsi le tasche con i loro tic attentamente scoperchiati e messi a profitto. Insomma nel vendere specchietti e perline a coloro che con questo resistibile consumismo hanno costruito la Storia (la loro) del mondo. L’Africa, si è detto, entrerà nel terzo millennio quando costruirà una Disneyland in cui gli africani sono alla cassa e gli europei e gli americani sono gli entusiasti clienti. Ebbene a ottobre quel parco dei divertimenti esotico, postcoloniale e politicamente corretto apre i battenti: a Siana nel Sud-Est del Kenya, non lontano dalla acque così vaste che assomigliano al mare del lago Vittoria. Più Africa di così!

Prendete i masai. Che cosa c’era finora di più tristemente e banalmente passatista di questi ex guerrieri ridotti a pastori-comparse, costretti a indossare le loro tuniche rosse come per le prove sotto lo sguardo turistico di una Aida australe, a agitare con la faccia stanca feroce zagaglie prudentemente spuntate? Appollaiati su una gamba scrutavano le loro vacche dagli occhi ottusi, spuntavano nelle cartoline e nelle foto ricordo con la vegetale indifferenza di un acacia. L’Africa dei vinti che più vinti non si può, l’esotismo di Stanley ridotto alla formula dei sette giorni tutto compreso, mare safari e anche la cartolina. Ebbene, sono loro i veri rivoluzionari dell’Africa del terzo millennio. Hanno inventato il villaggio vacanza per l’ecoturista con il casco coloniale, il club per la dura scorza degli iniziati del turismo politicamente corretto, il safari che garantisce un ritorno a casa senza rimorsi, anzi con la benedizione dell’adorato buon selvaggio. Il primo di una serie è in fase di completamento a Siana. Altri seguiranno in tutto il Kenya. Le capanne per gli ospiti sono autentiche, di un indubitabile masai-doc. Rigorosamente edificate con un ingegnoso intreccio di ramaglie e coibentate con sterco di vacca, che mantiene il fresco come il tettuccio di paglia. Le mosche sono verissime e pestifere come è nel loro mestiere di mosche, quando il sole picchia perfino l’ombra è bollente, la sera il buio piomba repentinamente senza darti intervalli, come se qualcuno avesse spento la luce. In compenso nelle capanne gli impianti sanitari funzionano virtuosamente, a energia solare, e la fossa biologica è rigidamente ecologica: nel linguaggio rassicurante dei nostri municipi, si direbbe «a norma».

Perché come accadeva per la natura che deve essere selvaggia ma non troppo, ora l’esotico ha il dovere di presentarsi come innocuo per l’ambiente. Nessuno immagini, a Siana, di partire per il safari (fotografico) in Land Rover: si va a piedi nello sterpame, a guardare le giraffe e le gazzelle, in fila dietro al masai con la lancia protettiva e lampeggiante. Al ritorno niente drink nello stile decadente «breve vita felice di Francis Macomber»: gli ospiti invece sudano a prendersi cura e mungere le vacche. Il latte corretto un po’ ferocemente con il sangue della bestia sgorgante da un sapiente taglio nel collo, bisogna guadagnarselo. Poiché qualche fuoristrada è necessario per arrivare al villaggio disperso nella incomoda savana sono stati piantati alberi in grado di annullare le pestilenziali emissioni di CO2. Il cinquanta per cento del ricavato della settimana-vacanza (duemila euro tutto compreso) sarà destinato a progetti di salvaguardia degli animali selvaggi e di difesa della natura.

Astuti i masai. Hanno capito che il turista del charter distratto e già preventivamente saccheggiato dal tour operator occidentale ha fatto il suo tempo, è specie destinata a un definitivo letargo. Il futuro è l’ecologista raffinato che ha trasferito il linguaggio del sublime in quello del decalogo-eco, l’Ulisse della etnologia alla rovescia. Che vuole spendere ma per sentirsi virtuoso e essere felice. Che gusto c’è ad alleggerire, finalmente, questo uomo bianco del suo fardello!

Articolo tratto da: http://www.lastampa.it/

E al principio Dio creò i Maasai…





Articolo tratto da: http://www.itinerariafricani.net/

Sono sicuramente fra le genti d'Africa i più conosciuti, famosi per il loro coraggio e l'attaccamento alle tradizioni, ai riti di passaggio che rappresentano i momenti fondamentali della vita di ogni Maasai.

" E al principio Dio creò i Maasai..."

Questa frase la dice tutta sul concetto di popolo elitario che li accompagna. Si considerano degli "aristocratici" superiori a tutti gli altri gruppi etnici dell'Africa equatoriale (pare che disprezzino persino gli europei, e forse non hanno tutti i torti!!). Disdegnano ogni forma di attività che non sia legata al bestiame ed effettuano numerose razzie ai bovini delle tribù vicine come i Sonjio (zona del lago Natron) e i Wambulu (a sud di Ngorongoro), e persino contro i Kikuyu (nord/ovest di Nairobi).In un territorio compreso tra il lago Vittoria a est, il Kilimanjaro a ovest e fino a Narok in Kenya (agli inizi del secolo fino a Nairobi), oggi i Maasai portano liberamente o quasi le loro grandi mandrie al pascolo, incuranti dei confini e dei regolamenti imposti dalle autorità governative per proteggere le aree dei parchi nazionali, fonte di sicuro reddito. Per questo a tutt'oggi, vengono allontanati dalle loro terre confinanti con le riserve e costretti sempre più in territori ridotti e confinanti con altri clan, con cui inevitabilmente hanno dei conflitti. E' difficile anche per loro rimanere indifferenti all'avanzare inesorabile della civiltà, al continuo assalto di turisti, che fanno di tutto (pagando anche cifre spropositate) per portarsi a casa il souvenir di una fotografia; nonostante tutto le tradizioni si ripetono ad intervalli regolari per scandire i vari passaggi dall'età puberale a quella virile, e per finire a quella adulta.

Infatti la società Maasai si basa sul raggruppamento di tutti gli individui per classi di età, che così proseguiranno insieme il lento cammino della vita. Quando il bimbo sarà cresciuto abbastanza dovrà iniziare a badare al bestiame vicino al boma (accampamento), poi man mano che cresce gli saranno affidate delle piccole mandrie, ma non prima che i denti centrali in basso siano stati tolti per essere nutrito attraverso il buco in caso di malattie (come il tetano).

Da adolescente riceve una piccola lancia e gli vengono praticati dei fori alle orecchie (prima il destro poi il sinistro); ora sono pronti per il rito della circoncisone che segna forse il momento più importante per un Maasai che diventerà un Morani (guerriero), il cui compito è (sarebbe meglio dire era ) di proteggere il bestiame o di razziarlo ad altri clan simili o a tribù vicine e combatterli se necessario.

Una volta, grande vanto del Morani, era quello di uccidere in combattimento un nemico e di cacciare il leone dalla regale criniera, così da essere stimati e rispettati dall'intera comunità. Oggi tutte e due le cose sono state vietate dal governo centrale, e di conseguenza la funzione del Morani si è un pò svilita e, ai giovani guerrieri, non rimane altro che occuparsi della propria bellezza e degli amori notturni all'interno delle manyatta (accampamenti distaccati dai villaggi) diventate luogo di goliardie e di passatempi.

Lo si può scorgere fermo con una gamba piegata sull'altra nella posizione della cicogna; infatti come i Niloti dell'Etiopia meridionale, i Maasai trovano questa posizione molto riposante!!!

All'età di 20/25 anni i morani entrano nella classe adulta, e con l'eunoto, la cerimonia del taglio dei capelli che viene fatto dalle madri, vanto dei guerrieri. Ora possono sposarsi e sono liberi di procreare. Nel periodo precedente ai morani gli venivano date donne prepuberi e donne post - menopausa proprio per non diventare padre di un bimbo che non avrebbe avuto il diritto di vivere. Per sposarsi bisogna pagare alla famiglia della sposa un ammontare di bovini; l'equazione uomo ricco uguale più mogli esiste ancora, anche se oggi si tende a diminuirne il numero. Le donne fin da piccole possono essere promesse in sposa e, al loro arrivo nel boma, gli viene costruita una capanna di fango, frasche e sterco essiccato. Il numero delle capanne varia con quello delle mogli e dei figli del capo famiglia che deve seguire regole ben precise, come quella di mettere la capanna della prima moglie a destra, la seconda a sinistra e così di seguito una a destra e una a sinistra.Verso i 40 anni l'adulto entra nella classe di età degli anziani diventando così saggio e prodigo di consigli per tutta la società. Per i Maasai (ma così è per tutte le società pastorali), il bestiame rappresenta il centro della vita, ed un bene prezioso soprattutto quando bisogna prendere una o più mogli. Gli animali vengono uccisi solo ed esclusivamente durante i riti iniziatici e le cerimonie; la loro morte ha perciò una valenza sacra.

Il loro credo religioso è tutto rivolto a Ngai, il dio di tutti i Maaasai e creatore di tutte le cose; altra figura importante e il laibon, il profeta (si acquisisce per via ereditaria) che fin da tempi remoti ha influenzato le scelte di questo popolo essendo il mediatore tra loro e Ngai. Essendo una persona di grande prestigio verrà sepolto sotto dei tumuli di pietre, e non abbandonato nella savana (come avviene per tutti) affinché se ne cibino le iene e gli altri animali.

Noi nel profondo del cuore speriamo che questi signori delle steppe (così come tutte le altre etnie) continuino a vivere delle loro tradizioni fieri del loro status. Quando vedremo un Morani sputare per terra, non risentiamoci il suo sputo è un saluto, ma soprattutto un augurio

domenica 19 ottobre 2008

Kimaasai, la lingua dei masai

Supa = Jambo, Habari, Ciao, Come stai
Epa = Mzuri, Bene
Sere = Kwaeri, Bye Bye, Arrivederci
Ancachena = Buongiorno
Eroraiu esidei = Buonanotte
Siie = Tafadali, Please, Per favore
Maape = go, andare
Endomunuto = Kuraka, Danza
Arakarashaa = vestito masai (200 ks)
Orbinancheti = coperta masai (400 ks)
Hankamoca = scarpe masai ricavate dai pneumatici (700 ks)
Urkuma = Rungu, Randello masai (500 ks)


Difficile, veramente difficile il kimaasai, suoni troppo secchi per le mie orecchie ormai abituate e addolcite al kiswahili, le parole hanno una pronuncia dura, forse prodotta da un’impostazione diversa della lingua e della bocca, forse per i due denti inferiori mancanti... (nella riga a sinistra, le ho scritte per come le ho sentite pronunciate...)

Il ragazzo di fronte a me, abbardato nel suo classico “arakarashaa” (tipico vestito masai a tinte rosse), tutto ricoperto con i suoi inseparabili ornamenti di collane cavigliere e bracciali di perline, il suo fedele pugnale sul fianco con ai piedi le usuali scarpe di ricavate dai pneumatici, portando al polso un moderno orologio al quarzo e un sudicio marsupio di una marca di latte italiana gentilmente donato da un muzungu italiano, tra versi strani e suoni impronunciabili, a meno due giorni dal mio safari alla scoperta delle terre e della cultura masai, si e’ svolta in spiaggia una breve e improvvisata lezione di lingua kimaasai.

Gli racconto che tra tre notti dormiro’ in un minuscolo villaggio masai ai piedi del Monte Kilimangiaro... e’ felice per la mia scelta, mi guarda incuriosito, avrei mille domande da porgli, allora gli chiedo che tipo di cibo, oltre la mucca la capra e al latte mischiato al sangue, si riesce a mangiare dalle sue parti... capisco mais, ugali, pomodori, pollo, uova... niente maandazi e niente chapati, ma so che in qualche modo si sopravvivera’...

Il masai, di cui non ricordo il nome, ha 25 anni, son in 5 tra fratelli e sorelle, e la famiglia possiede 15 mucche e 30 capre. Lavorera’ a Malindi per 4 mesi, poi ritornera’ nel suo villaggio ai piedi del Monte Kilimangiaro. Non sa l’inglese, quindi il nostro punto d’incontro sono le mie 20 parole che ho imparato di kiswahili e le sue 20 parole che ha imparato di italiano lavorando come askari (guardiano) tra i wuzungu... sembra una scena fantozziana, al riparo dal sole che brucia come una padella sul fuoco, gesticoliamo entrambi alla ricerca di comprendere cosa dice l’altro...

Si stupisce che io a 32 anni sia lontano da casa, che non abbia ancora preso moglie e non abbia dei figli... come fare con questo poco “alfabeto” in comune a spiegare? Ma soprattutto, cosa potrei mai dirgli? Come farebbe mai capire le scelte e la mentalita’ wazungu?

Hakuna matata... sorride scuotendo la testa e lasciando intravedere i suoi due denti centrali mancanti, tipico della cultura masai...

Ogni tanto prende e va, deve fare il consueto giro di ronda, e’ pagato per questo, poi quando ritorna mi dice che ci son dei beach boys in giro per la spiaggia e che di loro non c’e’ da fidarsi, matata (problemi)... mi spiega che “curano” dove son le borse dei wazungu, per poi fiondarsi di corsa a prenderle e scappare via... attenti voi poveri sfaccendati beach boys! Se vi prende il masai!!!

Gli chiedo se posso fargli un foto, che la voglio spedir a mamma e papa’ che son lontani... “no, hakuna”, “ok, sawa”... tanto so che l’importante e’ stato poter condividere qualche ora con lui, fiero e coraggioso guerriero moran...

Il sole cala, tra due giorni saro’ sotto i piedi del Monte Kilimangiaro, dove provero’ a metter sulla lingua le 10 parole imparate di kimaasai...

Sere masai!”

Quando lo sente si sbellica dal ridere, la sua faccia e’ attraversata da un ghigno, un muzungu che sbiascica un arrivederci in lingua kimaasai!!!



PS del post safari: il nome corretto della lingua parlata dai masai sarebbe maa, e non kimaasai, come semplicisticamente viene chiamata… perché questa lingua viene parlata anche dalla tribù samburu e laikipia

Tra modernità e tradizione

Guardate bene le foto… che cosa vedete?

Accender il fuoco con un pezzetto di legno? Usando magari della paglia secca o un pezzo di sterco d’elefante essicato?

Certamente anche quello, ma c’e un particolare da notare…

Il vecchio e il nuovo… la modernita’ che va a “braccetto” con la tradizione, il sapere e la cultura degli avi che viene costantemente nutrita e rispettata… con al polso un orologio digitale…

I masai…

Supa!!!

Rob



mercoledì 27 agosto 2008

I start to became crazy!


I start to became crazy!!! I miei pensieri gia’ volano lontano… perche’ il viaggio inizia nella propria testa, e si muove con i primi passi…

L’immagine prende colore, come un sogno che prende forma: rosso masai.

E cosi fremo, scalpito irrequieto, sfoglio guide e pongo domande, cerco informazioni e chiedo delucidazioni sul come compiere questo safari, questa nuova avventura.

Qualcuno mi dice che e’ un’esperienza impagabile e tutti concordano che mi posso fidare… altri invece al solo pensiero inorridiscono. Io sorrido… perche’ penso che fortunatamente ci siano molteplici modi per vivere l’Africa.

C’e’ ancora tutto da fare e tutto da organizzare, ma voglio poter immergermi in un’esperienza autentica e tradizionale, in un villaggio masai, accompagnato da un moran, e vivere le giornate come loro le trascorrono… e dormire, almeno per una notte, in una manyatta masai.

Ci sara’ da pensare a dove posso trovar dell’acqua potabile da bere e dove posso comprar della chakula “pulita”, perche’ io il latte quagliato con il sangue fresco non lo bevo, pero' la coscia di capra arrostita si puo' fare... e poi reperire una zanzariera ed un saccoapelo, cercare qualche abito pesante per le fredde notti degli altopiani nella savana…

Il mio viaggio ha gia avuto inizio, ora c’e’ solo da realizzarlo

Welcome in my dream, benvenuti nel mio sogno

Msafiri Rob

venerdì 22 agosto 2008

Rungu masai

I Masai...

I masai sono un capitolo a parte nella storia e nell’evoluzione del Kenya. Temibili guerrieri, indossano ancora oggi i loro abiti tradizionali, fieri eleganti e selvaggi...

Sono amati sia dai turisti (per le immagini da cartolina, neanche fossero delle scimmie a cui dare le noccioline) che dai residenti bianchi (considerati ottimi guardiani). Sono invece derisi o disprezzati da molti citizen kenioti. Buffo vero?

Forse proprio perche’ e’ una delle ultime tribu’ del Kenya (anche se loro non possiedono l’idea di Stato) a vivere “secondo le origini”, senza far troppi compromessi. Non cambiano, non sono mai cambiati e forse mai cambieranno, rimanendo sempre uguali a se stessi. Fieri di essere ciò che sono (ce ne fossero di tribu’ come questa...).

Dovreste vederli per farvene un’idea...


Cugini, parenti, o simili ai masai lo sono anche i samburu, i turkana e i pockot. (e forse qualche altro, ma non e’ importante perche’ non e’ di questo che vorrei parlarvi in questa mail).

Siccome i masai vivono una vita tradizionale sia in citta’ che nel bush, ancora oggi li potete ammirare con i loro preziosi ed inseparabili ausigli: un bastone alto circa un metro e mezzo che all’occorrenza diventa una pericolosa lancia, un pugnale lungo come un braccio seminascosto in una fondina di pelle, oppure un particolare bastone chiamato rungu che penzola tra le rosse vesti. (I masai sono anche gli unici in Kenya che posson circolare liberi e indisturbati con tutto questo armamentario di cose addosso. Privarli di questo sarebbe un affronto, forse una castrazione – pero’ vi puo’ anche capitare di vedere bambini con in mano un panga, un coltellaccio simile ad un macete!)

Allora domando un po’ in giro, voglio possedere un rungu anche io. Fermo qualche moran (giovane guerriero masai) ed i primi iniziano a tirarmi fuori tutte le “ine” che si portano appresso (collanine cosettine e minchiatine di perline fatte a mano, una delle loro fonti di sostentamento sulla costa, oltre ovviamente agli spettacoli danzanti). Sbobbo noncurante tutte le “ine” considerandole souvenir per turisti (anche se non lo sono! Perché son quelle che indossan pure loro!), e chiedo ai vari moran di mostrami il proprio rungu, che pero’ li trovo qualitativamente scadenti o totalmente rovinati. Poi pero’ la fortuna gira e mi capita di incontrare Moses...



Moses e’ un askari che staziona davanti ad un famoso ristorante di Malindi. Per lui niente arco con le freccie (una delle armi preferite da molti altri guardiani), ma rungu e pugnale pronti all’uso. Oggi pero’ non ha con sé il suo rungu, anche se non capisco tutto tanto bene a causa del suo inglese veramente scarso, ma mi dice di aver pazienza, non e’ mai andato a scuola... cosi ci diamo appuntamento per l’indomani mattina, e mi chiedo se avremo mai lo stesso concetto di tempo...

La mattina arriva e fortunatamente anche lui e’ li’, oltre ovviamente ad altri suoi amici masai. Jambo, Jambo, si parte con i convenevoli, ma l’unico che capisce (capisce?!) l’inglese e’ proprio Moses. Tutti mi vogliono regalar qualche “ina”, non so cosa fare, non so cosa voglia dire nella loro cultura dare un rifiuto, poi proprio Moses si sfila dal collo una collana e me infila al collo... mi dice che da questo momento siamo amici. Mi abbraccia, e’ felice, e il suo odore pungente mi rimane incollato addosso...

Si sfila il rungu da sotto le vesti, e’ proprio bello (sarà suo o l’ha comprato per me? Dice che glielo ha dato il suo babbo, ma mi suona come una innocua bugia...), con la palla tonda e un manico dritto senza crepature, lo prendo in mano, sento che e’ ben bilanciato, lui mi osserva, me lo prende dalle mani e con un pugnale intarsiato (vorrei comprare anche quello!) inizia a sfregarlo, dimostrandomi che è legno buono non pitturato… ok, ora il prezzo. Cerco di farlo io, e quando gli dico 500 Ks accetta, non pensavo fosse cosi facile, i masai sono famosi per triplicare all’ennesima potenza i prezzi… che io sia diventato suo amico? Chissà… però mi chiede 100 scellini per andare a prender qualcosa di caldo (piove a catinelle e fa freddo!), invitandomi ad unirmi a loro per prendere il chai (il thè), ma questa volta rifiuto con garbo elargendo una scusa sul momento…

E cosi’, felice e contento, torno a casa con il mio rungu in mano, da metter sotto al letto, da portare in Italy come ricordo, da portarmi appresso nel mio girovagare solitario per le strade e le notti del Kenya…

Ce ne sarebbero tante di cose da scrivere sui masai, storie di fratellanza e di rispetto, ma anche storie che sembran barzellette… perché son cosi belli e orgogliosi che poco importa se li troverete comodamente seduti al bar a bere una coca cola, oppure a girovagare dentro ad una discoteca in cerca di…

Beh alla prossima puntata! Che questa è tutta un’altra storia…

Supa masai!!! Che in lingua masai significa: ciao masai!!!

La masai bianca


Se volete farvi un’idea di come sia la vita in Kenya per una muzungu, e se vi piaccion le storie d’amore che non son tipicamente delle fiabe, non potete non leggere questo libro.

Questo libro autobiografico, scritto da Corinne Hofmann e finito di stampare nel 1999, racconta della la sua vita trascorsa con Lketinga, un moran (un guerriero masai), descrivendo autentiche esperienze di vita che posson esser vissute anche ai giorni nostri – differentemente da Karen Blixen e Kuki Gallmann che raccontano di una poesia africana di circa cinquant’anni fa’.

Il tempo passa e il Kenya e’ in rapido mutamento, molte cose si sono perse o son state soppiantate da altre, ma il poter vivere in questo Paese in modo tradizionale e’ ancora tuttora possibile.

“La masai bianca”, chiamata cosi perche’ Corinne Hofmann ha scelto di vivere da vera masai, confrontandosi quotidianamente con scelte difficili e situazioni pericolose per una donna dalla pelle bianca.

Non è solo una storia d’amore, è la realizzazione di un sogno, con tutto quello che ne consegnue!

Buona lettura!!! E se vi piacciono le situazioni estreme, buona avventura!

Roby Rob and the books



LA MASAI BIANCA - Per un amore cosi si può stravolgere la propria vita.

Una storia d’amore a tinte forti, capace di appassionare. Ma anche, e soprattutto, la descrizione di un incontro tra culture diverse, tra due modi lontani di vedere il mondo, la vita quotidiana, il rapporto tra uomo e donna…

Corinne è una giovane donna con una famiglia, una boutique avviata, dei progetti e un fidanzato. Con lui decide di trascorrere uan vacanza in Kenya. ma l’incontro con Lketinga, un guerriero masai, cambierà la sua vita per sempre. I due non hanno nulla in comune, si capiscono a stento. Eppure, senza esitare, Corinne abbandona tutto e si trasferisce in quella che per quattro anni sarà la sua nuova patria.
Rievocando con semplicità e candore la sua eccezionale esperienza, l’autrice narra un memorabile viaggio alle radici del corpo e dell’anima e scrive una grande storia d’aore. Amore per un uomo, per la sua gente, per la sua suggestione incantata del suo Paese.

Corinne Hofmann vive in Svizzera con Napirai, la figlia che ha avuto da Lketinga.

Tratto da: “La masai bianca” - Edizioni BUR