Visualizzazione post con etichetta Chakula. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chakula. Mostra tutti i post

martedì 3 febbraio 2009

Metti una sera a cena




Come si fa a non esser felici quando ti aprono le porte di casa per un invito a cena sapendo che sei il loro secondo muzungu che va a fargli visita?

Venerdi 5 settembre 2008, località Chocha, un grande villaggio alla periferia nord di Malindi.

Luce bassa sopra le fronde delle palme, il sole scompare colorando di rosa le poche nuvole sospese nel cielo... scendo dal matatu con un grosso scatolone in mano, facce incuriosite a bordo strada iniziano a guardarmi, nei loro occhi leggo parole non dette “Che ci fa un muzungu qui a quest’ora della sera?”. Fortunatamente dopo un po’ viene a prelevarmi William...

Attraversiamo la strada e prendiamo un sentiero tra capanne di fango e makuti... a illuminare i miei passi incerti soltanto fioche luci di qualche lampada a cherosene e i fuochi delle donne che sedute a terra rimestolano dentro pentole fumanti sulla strada... una scuola, un campo da calcio senza erba, facce nascoste dal buio e dalle ombre della notte, e poi in lontananza la luce di una lampadina, la casa di William, unico fabbricato in muratura dotato di corrente elettrica.

Bambini, bambini ovunque, sembran dopati dall’arrivo del muzungu, varchiamo la soglia di casa, son le 8:00 di sera, altri bambini distesi a terra, “Jambo, Jambo, Habari? Mzuri! Na wewe? Mzuri sana! Karibu!! Asante!!!” e cosi faccio conoscenza di moglie figli parenti cugini e vicini di casa... tanti saluti e mille sorrisi, tutto il villaggio e’ li a guardare, e i bambini son ora arrampicati alla finestra a chiedere “caramella, caramella”.

Mi fanno accomodare nella stanza della lampadina, un tavolino al centro e qualche sedia attorno, a me hanno riservato l’unica poltrona di casa, son l’ospite d’onore!!!

Apro lo scatolone delle meraviglie, regali per l’invito a cena, una bottiglia gigante di fanta un’altra di coca cola (per i bambini del vicinato), un pacchetto di sigarette con una bottiglia di Kenya Ken (rum made in Kenya, per l’uomo di casa), un kikoi (per la moglie del padrone di casa), 2 Kg di riso basmati (gli si sono illuminati gli occhi!!!), una torta fatta con le mie mani (ambito regalo per tutte le bocche), vestitini per i bimbi, penne pennarelli gomme e quaderni... ed una bottiglia d’acqua naturale per me (sempre meglio portarsene dietro una!). Son tutti esterefatti, quanti regali! Gli occhi che sorridono, grazie grazie, asante sana!!! Mungu akubarichi! (Che Dio ti benedica!)

Viene servita la cena, wali wa nazi & kuku (riso al cocco con pollo), chapati, qualche patata, ma la moglie? Non mangia con noi, nella stanza della lampadina solo ospiti e uomini, le donne stanno altrove in compagnia dei bambini...

Son bellissimi i suoi due figli, una femmina di 8 anni radiosa come il sole e il piccolo maschietto di 3 anni quieto come un geco. Meta’ Giriama (moglie) meta’ Luo (William)

Con assoluta dignità e con un’immensa ospitalità godo questa spartana cena (spartana agli occhi di un muzungu, da festa d’onore per i canoni keniani), respirando il calore che il popolo keniota sa trasmettere. È bello poter condividere qualcosa, entrare nel loro quadretto famigliare, provare a mangiare con le mani facendo ridere tutta la banda, portare doni e sorrisi...

Grazie William, grazie... anche questa è un’esperienza made in Kenya.

Chakula cema (buon appetito) e lala salama (buona notte), Muzungu Rob

martedì 18 novembre 2008

Mozzarelle italo-tanzaniane




Tratto da FOCUS, n° 190 – Le buone notizie che ci sfuggono

Se in Italia la mozzarella ha avuto qualche problema per colpa della crisi dei rifiuti in Campania, in Tanzania sta avendo un enorme successo.

Provolone. Prodotta localmente insieme ad altri formaggi italiani (fiordilatte, provoloni, caciotte) grazie a un’iniziativa della ong bolognese Cefa, che ha aiutato a creare nel Paese una fabbrica di latticini e ha curato la formazione di chi ci lavora, il formaggio tanzaniano-italiano ha un successo enorme in tutti i ristoranti locali.

martedì 11 novembre 2008

Maandazi (Kenya)

Ingredienti

1 tazza di farina
1 ¼ cucchiaino di lievito
2 cucchiai di zucchero
un pizzico di sale
1 uovo
¼ tazza d'acqua

olio


Preparazione

Setacciare la farina ed il lievito insieme. Aggiungere lo zucchero ed il sale. Sbattere bene l'uovo ed aggiungere l'acqua. Mescolare il preparato di uova nella farina e miscelare fino a che si formi un impasto soffice. Aggiungere altra acqua se necessario. Impastare la pasta nella ciotola fino a che sia soffice ma non appiccicosa. L'impasto dovrebbe staccarsi nettamente dalle pareti della ciotola. Coprire con un panno e lasciar lievitare in un posto caldo per circa 30 minuti. Stendere la pasta su di un piano infarinato fino a 1.5 cm di spessore. Tagliare in quadratini, strisce o triangoli. Friggere in tanto olio/burro fino a doratura. Scolare su di un foglio da carta assorbente da cucina.

Tratto da AFRICA 5 – http://www.nigrizia.it/

Makote, banane in cucina

Matoke (Africa australe)
È una ricetta a base di carne e di banane, le banane matoke: verdi, di media grandezza e dal sapore non molto dolce. Il matoke è un piatto che si ritrova in varie regioni dell’Africa australe ma che cambia da paese a paese: in Uganda, si serve come accompagnamento ad altri piatti. In Kenya e in Tanzanía, il "Matoke" è sempre a base di carne e banane, ma la preparazione è molto più semplice.

Ingredienti
8/10 banane Matoke mature, olio per friggere, una cipolla, 2 o 3 pomodori da tagliare a cubetti, un peperone verde, da tagliare a pezzi, 3 o 4 spicchi di aglio, sale e peperoncino, mezzo chilo di carne da spezzatino, mezzo litro di brodo di carne, succo di limone (facoltativo), un peperone piccante, africano o giamaicano, sempre a pezzetti (facoltativo)

Preparazione
Sbucciare le banane, tagliarle a cubetti e bagnarle con il succo di limone.Scaldare l’olio in una casseruola grande, friggere la cipolla, i pomodori, i peperoni e l’aglio. Condire con spezie a piacere.
Aggiungere il brodo caldo e continuare a friggere mescolando fino a quando la carne non comincia ad essere cotta.
A questo punto abbassare il fuoco ed aggiungere le banane. Coprire e continuare la cottura a fuoco basso fino a quando le banane non saranno morbide e la carne completamente cotta.

Tratto da AFRICA 5 – http://www.nigrizia.it/


Il gusto assomiglia più ad una patata che ad un frutto… la si pella con un coltello e per mangiarla la si deve bollire… se poi la si schiaccia e la si passa come per farne un purè, beh, io faccio anche il bis. Provare per credere

roby rob

mercoledì 22 ottobre 2008

Ugali



L’ugali è un ingrediente fondamentale in molti piatti della cucina africana, soprattutto nell’Africa del sud e orientale. Questo piatto è preparato con farina di mais e acqua attraverso un procedimento molto semplice: è necessario portare ad ebollizione l’acqua e versare la farina mescolandola per cinque minuti fino a formare un mucchietto. L’ugali è pronto quando si staccherà facilmente dalla casseruola e non sarà appiccicoso. Assomiglia molto alla polenta italiana e costituisce il piatto principale della dieta di milioni di africani. Il suo nome cambia nei vari paesi dell’Africa.

Tratto da AFRICA 5 – http://www.nigrizia.it


In Kenya viene anche chiamata “sima”. Seppur è un piatto molto semplice che si mangia come per gli italiani il pane (i carboidrati riempiono la pancia e sfamano il mondo!), farlo bene richiede comunque un certo impegno, mescoli e mescoli sul calderone. Mangiato senza accompagnamento è di una tristezza incredibile. Si accompagna con la carne o con del pesce o con delle semplici verdure, l’importate è che ci sia un po’ di “pucia pucietta” per inumidire e far la scarpetta… Conosco colleghi che lo mangerebbero tutti i giorni perché riempie la pancia come nessun altro… e son in molti in Kenya lo mangiano, visto che han solo quello sulla tavola!!!

Polenta Rob

domenica 19 ottobre 2008

Cernia al latte di cocco (Zanzibar)



Ingredienti per 6 persone:

1 kg e mezzo di cernia tagliata a pezzi
1 tazza di latte di cocco
1 cipolla
2 pomodori
1 cucchiario di curry in polvere
1 cucchiaio di tamarindo
1 testa d’aglio
peperoncino, sale, olio per friggere


Preparazione:
In una padella con l’olio friggete il pesche salato facendo in modo di dorarlo esternamente. In una casseruola a parte preparate un soffritto con cipolla, pomodori, peperoncino, aglio a pezzettini e il cucchiaio di curry. Aggiungete il pesce fritto, bagnate con il latte di cocco e tamarindo. Cuocete a fuoco lento per circa 20 minuti. (Al posto della cernia potete usare i gamberi senza friggerli).

Tratto da AFRICA 5 – http://www.nigrizia.it


Questa ricetta non l’ho mai provata, ma non si differenzia mica tanto da quelle keniote… con il cocco si posson fare mille e più cose, è una crema sfiziosa e oltretutto nutriente. Da bere (madafu), da mangiare, per condire, per cucinare, sulla costa del kenya, il suo uso in cucina, è come per gli italiani la cipolla, ovunque e comunque.

Evviva le contaminazioni, evviva la cultura swahili!!!

Parola di una buona forchetta

rrr

Topo Galileo

Corre avanti e indietro, ma ritorna sempre sullo stesso bicchiere…

Uno è vuoto, in un altro c’è un rimasuglio di birra, ma a lui piace quello della coca cola…

Sul fondo ne rimane solo un dito, con le sue piccole zampine si arrampica guardingo, rimane sul bordo in precario equilibrio, poi rapido si cala e la sua lunga coda rimane fuori a penzoloni, dà qualche leccata veloce, poi ritorna su a leccarsi soddisfatto i baffi, mantiene lo sguardo vigile e attento ai minimi movimenti umani della sala, per poi ritornar nuovamente sul fondo a dare qualche altra leccata nervosa e furtiva, come stregato dall’effetto della coca cola… per poi scappare e ritornare per un’altra scorribanda…

Senza nulla fare, aspettando che sia pronta la mia cena (fortuna che prendo carne alla griglia), osservo questo piccolo grigio topastro che corre avanti e indietro sul bancone del bar per compiere un’altra scorribanda…

Topo Galileo, come in un vecchio film di Beppe Grillo, solo che qui invece di esser interessato a premere un chissà quale bottone, questo si beve la coca cola…

Ristorante “Came back” di Malindi, a ognuno le proprie preferenze… chakula cema!


PS: questo ristorante offre il miglior pollo alla griglia di tutta Malindi! non giudicate dalle apparenze... e dal povero tossico assetato topolino...


domenica 5 ottobre 2008

Gamberoni al mango

A cura di Alfredo “Freddi” del Curatolo – Tratto dal periodico QUI MALINDI

CUCINA CREATITA KENYOTA: GUSTI INEDITI E PIATTI SPECIALI!

GAMBERONI AL MANGO

Ingredienti per 4 persone:
1 Kg di gamberoni di Lamu (Jumbo prawns)
2 manghi maturi
Due bustine di anacardi non salati
Uno spicchio d’aglio
Un bicchiere di vino bianco
Mezzo tot di brandy locale
Olio d’oliva o anche di girasole
Sale e pepe quanto basta

Arrossate i gamberoni in una padella con un filo d’olio e due dita di vino bianco, a parte fate saltare il mango tagliato a dadini sottili con aglio, olio, sale e pepe.
Unite i gamberi alla salsa dopo averli sgusciati lasciando la testa, aggiungendo mezzo tot di brandy e un goccio di tabasco. A parte sbriciolate gli anacardi, preparate una terrina leggermente imburrata, rivestite il corpo nudo del gambero con gli anacardi e metteteli in forno a temperature media. Dopo una decina di minuti kenioti estraeteli e guarniteli nel piatto con il resto della salsa. Buon appetito!

A cura di Alfredo “Freddi” del Curatolo – Tratto dal periodico QUI MALINDI

Metti il mango col gamberone



A cura di Alfredo “Freddi” del Curatolo – Tratto dal periodico QUI MALINDI

CUCINA CREATITA KENYOTA: GUSTI INEDITI E PIATTI SPECIALI!

Metti il mango col gamberone

La cucina dell’Africa equatoriale e’ essenzialmente una cucina di sostentamento. La natura, fin dai tempi in cui il sole arde questa parte di terra e la pioggia sovente non la bagna abbastanza, ha cercato di ovviare alla mancanza di determinati cibi, limitando lo sviluppo delle papille gustative dei suoi abitanti. Scherzando si puo’ dire che i kenioti non sentano il gusto delle pietanze. Non e’ esatto, diciamo piuttosto che la loro gastronomia e’ il giusto compromesso tra le risorse del Paese e il piacere della tavola. Prima di tutto: soddisfare l’appetito. Era cosi anche nelle regioni povere d’Italia all’inizio del Novecento. Polenta al nord e pasta di grano al sud, pomodoro per insaporire e carne dell’aia o verdure dell’orto a dare sostanza.

Il miglioramento (lento) delle condizioni di vita delle popolazioni locali, ha portato cambiamenti anche nella cucina, cosi da un’arte culinaria misera e minimale, basata sul mais e sui legumi, sulle parti meno nobili dei bovini e sulle erbe di campo, si e’ passati ad elaborare piatti che oggi appaiono come squisitezze per il palato. Cio’ e’ accaduto in maniera particolare sulla costa, dove l’approdo di popoli e culture diverse, ha lasciato il segno, contaminando e facendosi contaminare dal luogo.


In questo modo si puo’ spiegare l’utilizzo del cocco (oltretutto nutriente, oltre che gradevolmente esotico) come panna per mantecare salse e impreziosire il riso, la frutta per accompagnare i crostacei, le spezie indiane da mischiare con lo stesso latte di cocco o con il sugo di pomodoro locale. L’onnipresente polenta, chiamata in lingua Kiswahili “Sima”, curiosamente come la materia prima incandescente di cui e’ composta la crosta terrestre, diventa piu’ appetibile del pane se tagliata a fette e poi grigliata oppure fritta in padella, per supportare intringoli con spinaci, cavolo bianco o fagioli.

Per non parlare della variazione sul tema dei piatti tradizionali importati dagli arabi, che tra Mombasa e Lamu hanno creato la cosiddetta “cucina swahili”: le samosa, triangolini di pasta solitamente ripieni di carne o verdure, sono farcite con patate e cumino, o addirittura italianizzate con mozzarella e pomodoro.



Gia’, perche’ l’ultima colonizzazione culinaria e’ la nostra: e allora ecco il risotto al cocco e aragosta, il granchio all’avocado e gli spaghetti al sailfish (variante: col gorgonzola!)

Arte povera, esotismo, influenze europee: gli ingredienti di una moderna e gustosa cucina “world” in Kenya ci sono tutti. Non rimane che imparare (o creare) qualche buona ricetta e mettersi a tavola!

A cura di Alfredo “Freddi” del Curatolo – Tratto dal periodico QUI MALINDI

martedì 23 settembre 2008

e pensare che è cosi buono

E pensare che in Emilia Romagna ci son più maiali che abitanti…

Mbuzi ulaya, se non fosse scritto così, i mussulmani neanche si siederebbero al tavolo!

Disgustoso… proibito… peccaminoso… sporco… perché qui in Kenya (forse anche altrove, dove convivono gomito a gomito differenti culture e religioni) c’è da cambiar il nome ad un piatto ed ad un animale per sedersi sotto lo stesso tetto per mangiare.

E pensare che in Italia c’è un business enorme con questo animale, dai prosciutti alle salsicce, dai salami alle pancette, se eliminassimo il maiale dalla nostra penisola, che ne sarebbe della nostra amata cucina? Stinco al forno, succulente costolette, lo zampone e il cotechino a fine anno, i ciccioli, il lardo, la coppa di testa e d’estate, le braciole… per passare dalla matricina alla carbonara.

Ma qui in Kenya altro che pork chop, mbuzi ulaya! Altrimenti il fedele all’Islam non entrerebbe nemmeno dalla porta del ristorante…

Mbuzi è la capra, ulaya vuol dire “da fuori”, quindi una capra da fuori (confine)


Ma dietro ad una proibizione, se intelligente, c’è sempre (almeno lo spero!) un buon motivo. In Medio Oriente, terra dove è nato l’Islam, fa caldo, e il maiale è un animale delicato… beh, non sembrerebbe a vederlo, mangia di tutto e si ruzzola nel fango, ma… ma il maiale se non controllato è soggetto fibrocisti e ad altre schifezze, quindi, perché rischiare a mangiarlo?

In paesi dove i controlli sanitari sono pressoché inesistenti (o non esiston veterinari), in paesi dove per l’animale c’è un alto rischio di contrarre malattie, molto più facile proibirlo, spaventando, vietando…

E cosi fedeli mussulmani, cattolici anglicani e protestanti, seguaci induisti e animasti, ognuno professando la propria religione (ci sarebbe da fare anche il discorso delle vacche…) mangiano ciò che vogliono sedendo ognuno con le gambe sotto lo stesso tavolo.

E mbuzi ulaya sia!!!

Amen…

lunedì 22 settembre 2008

La fissa del cibo

Ci viene cosi bene che sarebbe un peccato farne senza.

E cosi mandrie di italiani in vacanza e di residenti auto-esiliati all’estero, spulciano carte menù e scaffali al supermercato alla ricerca di quell’arte e di quella qualità che tanto piace e ci contraddistingue nel mondo: il cibo italiano.

A dose eccessive diviene una fissa, una droga a cui non è possibile farne a meno. E cosi come funghi spuntano ristoranti e pizzerie del made in Italy e si sdoganano grossi container di prodotti nostrani. Ma c’è anche chi tenta la fortuna e inizia a produrre il proprio business nel paese ospitante, dedicandosi alla produzione di mozzarelle e formaggi, di salsicce e gelati, di pane e di dolci…

Non c’è che dire, siam degli intramontabili buongustai, degli irrinunciabili affezionati alla buona tavola, meglio se nostrana.

Neanche in vacanza rinunciamo a questa travolgente passione, ristoranti e hotel all inclusive scolano spaghetti e condiscono maccheroni deliziando ospiti e commensali.


Tra le file dei residenti c’è chi infila in valigia una succulenta pancetta o una bottiglia di grappa, e chi invece invita parenti ed amici chiedendo loro di portare qualche regalo gastronomico, cercando di non farsi beccare all’aereoporto o allungando scellini per non farsi aprire la valigia…

Tempo fa al ristorante, ordinando un filetto di pesce grigliato, un tizio al tavolo a fianco chiede del pane e salame... osservo curioso la scena, tante belle fette rosate a macinatura media, ed inizio a produrre una certa salivazione... guardo nel menu’ e non c’e', hakuna salame, ma allora da dove salta fuori? Dalla riserva speciale del direttore d’albergo... e lui che mi dice che quelle poche fette gli costan piu’ dell’aragosta....

Lo cantava anche Samuele Bersani: “hai mai provato ad esportare la piedina romagnola?”


Inimitabile Nutella

Watamu. Supermarket da “Mama Lucy”. 350gr al costo di 390 Ks (circa 4 euro). Non ho resistito, un barattolo di Nutella.

C’è da esser fieri a sentirsi italiani, non starò qui a elencare tutte le leccornie che produciamo nel nostro Bel Paese, sarebbero troppe, e sarebbero troppo buone…

Ed una di queste è la Nutella, inimitabile, ineguagliabile, impareggiabile, nel quel di Alba ci hanno visto giusto… e cosi penso ad un caldo chapati o ad un soffice pancake spalmato e arrotolato di densa e cremosa bontà… da consumare ogni tanto, pole pole e kidogo kidogo, nelle serate di vento che spinge l’oceano Indiano. Fortuna che non son tipo da cucchiaio e vasetto in poltrona!

L’italianità per tanti è una mania, ma ho optato per rimanerne immune, cosi da non contribuire eccessivamente a quell’inutile trasporto merci che tanto fa globalizzazione...

Anche se nella mia dispensa potrete trovare olio extra vergine d’oliva italiano, pasta Buitoni o Barilla, lievito per dolci Pane Angeli o Bertolini e ogni tanto del pesto in barattolo, non sono un fanatico dell’italianità all’estero. A differenza di tanti miei connazionali in Kenya, compro caffè locale, biscotti kenioti in stile inglese, olive turche o spagnole, tonno asiatico, e non disdegno una bottiglia di vino del Sud Africa o del sud America… tutto il resto è locale, dalla spesa al mercato a quella nei duka (piccoli shop per locali), facendo spesa grossa tra i prodotti da scaffalatura nei supermarket arabi o indiani.

L’Italia la porto nel cuore, e ogni tanto mi accompagna anche nel piatto...

martedì 26 agosto 2008

Appunti di fine agosto


Dopo un mese… ma quanto è buono un bicchiere di vino? Cosi leggeri da volare come foglie al vento… un bicchiere di vino sudafricano… il vento che impazza sotto al tetto di makuti, la lama del coltello che affonda in soffice speck… ma quanto è buono lo speck?

Ultimo rimasuglio di una valigia italiana ben calibrata, ben nascosto sotto le magliette e i libri, a far compagnia con un bel pezzo di grana…

E non piace solo a me lo speck, a questo giro si leccan le dita anche qualche mia collega…


La necessita’ aguzza l’ignegno, e la “povertà” (leggi anche ridurre i costi e mancanza di strumenti) fa si che per molare un coltello ci si china a terra e con un sasso, o sul cemento, si affila la lama… grazie Purity, this is african stile (questo è stile africano)

Oggi ho saputo che il grande capo ha detto che sarebbe bene per noi in Garden House avere delle galline che scorrazzano in giro… cosi beccan i serpenti. Beh, uova fresche tutti i giorni? Non sarebbe male unire l’utile al dilettevole... visto anche il fatto che qui non esistono scritte di scadenze per le uova… che vengono stoccate tranquillamente sotto al sole e vendute per la strada… e non puoi nemmeno metterti lì con la bacinella dell’acqua a far la prova se galleggiano o no… galline che fanno compagnia ai tanti ricci già presenti. Ma non ci sono anche le manguste che cacciano i serpenti? O son i tacchini?

Buon fine agosto!!!

PS: proprio l’atro giorno esco dalla porta della mia camera e chi ti trovo? Un bel serpentello lungo e grigio che se ne va a zonzo per il terrazzo.... askari!!! Here there is a snack!!! Ma si sa’, con la lentezza del pole pole africano il serpentello se ne striscia lontano e indisturbato in giardino...

A letto senza cena

Fare un pasto al giorno ed andare a letto senza cena.

Non è una punizione, e nemmeno una dieta per aspiranti modelle, ma il regime alimentare di alcuni colleghi e compagni di Garden House, ma penso anche di molti altri kenioti...

Ora capisco perché non vedevo mai un piatto o una padella sporca nel lavandino... mai niente nel frigorifero…

Niente carne, niente uova, niente frutta, niente verdura, niente di niente, alla sera una tazza di chai (thè) alla loro maniera: latte in polvere (se c’è e se piace), acqua e un cucchiaio di thè made in Kenya.

Non lo fanno per povertà, ma per scelta. Hanno un lavoro ed una casa, ma preferiscono non spendere soldi per chacula (cibo).

In tanti fanno cosi, chacula al pasto offerto dal datore di lavoro, tutto il resto è nebbia…

Non che nelle loro tasche, se paragonate a quelle dei muzungu, ne circolano poi molti di soldi, ma son le vite dei kenioti, spendere quando hanno e non spendere quando non c’è un soldo. È abitudine, mentalità, il loro stile di vita, tutto secondo la (loro) norma.

Chi mette qualche soldo da parte, chi spedisce qualche soldo alla famiglia, chi lo usa sul cellulare, chi si compra l’abito nuovo (second hans, di seconda mano…), ognuno spende in base alle proprie esigenze e alle proprie priorita’.

Il culo non aumenta, ma neanche cala, qualcuno dice che è troppo stanco qualche altro che e’ troppo tardi per iniziar a cucinare finito il lavoro...
Lala salama rafiki!!! (buona notte amici)

Chakula Rob

Salame da padella


Un salame spagnolo. Per i kenioti sembra una salsiccia cruda. “Ma che cos’è? Come si mangia? Ma non è meglio cucinarlo? NO!!!” Allora la mia memoria corre veloce alla bresaola di Freddie nei racconti di nonno Kazungu…

C’è chi lo vuole mettere in padella… e non c’è verso di fargli cambiare idea, it is pork!

Ma come fare a spiegare? Come fare a farglielo capire? Un salame è un salame, se ne taglia e se mangia ogni tanto qualche fetta…


La curiosità culinaria per molti kenioti è pari a ZERO. Molti piatti provenienti da fuori dei loro confini (sia quelli di Stato, sia quelli tribali!) sono snobbati e non ben apprezzati, soprattutto non vengono capiti.

“Evviva l’ugali!” direbbe qualcuno preferendo un piatto di insipida polenta ad un bel piatto fumante di maccheroni…

La povertà non è nelle tasche, ma la si porta appresso come una zavorra nella propria testa…

Provate ad invitare un keniota in pizzeria: riuscira’ a ordinare, dopo aver letto tutto il menu’ in un tempo infinito, sempre la solita pizza, una margherita con la carne trita.

Muwe na chakula chema! (Buon appetito a tutti!)

Robato Msafiri