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lunedì 7 settembre 2009

La palma da cocco, come il maiale...


So che non suona ne romantico ne esotico… ma la palma da cocco e’ un po’ come il maiale per gli italiani: non si butta via nulla.

Dall’albero si fabbricano tetti mobili sedie e utensili… con la bava vegetale che probuce l’albero la si usa come spugna per lavare i piatti… utilizzando le foglie si puo’ convogliare l’acqua piovana per poi usarla per bere… bruciando sul fuoco i gusci si allontanano le zanzare… il frutto lo si beve e lo si mangia, la polpa la si usa in cucina… dalla palma si ricava un succo che lasciato fermentare diventa vino… e dimentico di elencare ovviamente gli altri mille usi a me ancora sconosciuti…

Ma lo avreste mai detto? Proprio come per i maiali italici.

mercoledì 17 giugno 2009

Perché l’Africa non ha bisogno di sola polenta


Perché l’Africa non ha bisogno di sola acqua e polenta, perché le persone non hanno bisogno di sole scarpe e vestiti… diffondo questa notizia trovata curiosando sul web perché in Africa c’è bisogno anche di computer e di tecnologia.

Se ne parlava anche con un tedesco trapiantato a vivere in Kenya sulla minuscola isoletta di Robinson Island, in una sera attorno al fuoco, scacciando zanzare, guardando le stelle, sentendo il fruscio delle palme mosse dal vento…

Computer in Africa, sviluppo tecnologico, una possibilità per i ragazzi del Kenya: che la tecnologia non sia soltanto un bene del Primo Mondo. Imparare per conoscere, imparare per studiare, imparare per lavorare, imparare per progredire, imparare per vivere…

Ma l’occidente non ha orecchie, “computer nelle capanne?” ma manca l’elettricità, i bambini vanno in giro scalzi, i pozzi, gli orfanotrofi, perché un computer? E anche io dico: perché no?

Il computer non è solo download o messenger, non è soltanto facebook o masterizzazione, computer in Africa può significare sviluppo, contatti e visibilità, ricerca e vendita.

E allora penso alla miriade di notebook e desktop ammassati in discarica, computer cambiati per seguir i tempo del frenetico ritmo e progresso della tecnologia, computer che qui non valgono niente e in Africa valgono molto.

Per far si che Selina (la ragazza nelle foto) non sia l’unica bambina, ma la prima di tanti.

Buona fortuna Africa

Roberto Msafiri


Ed ora, l’iniziativa che ha ispirato queste mie considerazioni, tratta dall’indirizzo web: http://faberlibertatis.org/wiki/Kibokoni#Associazione_ONLUS_.22Conoscersi_per_Crescere_Insieme.22

Kibokoni, donazione di PC a una studentessa keniota

Il progetto consisteva nel recuperare un computer portatile da donare a Selina, una giovane studentessa di Kibokoni, un villaggio del Kenya vicino a Malindi.
Il notebook verrà utilizzato dalla ragazza per poter prendere confidenza con il mondo informatico, per scrivere lettere e soprattutto per imparare la lingua italiana.

Caratteristiche del computer: Il computer portatile donato risulta essere un notebook Toshiba S1800-100 completo di mouse e zaino per il trasporto. Il sistema operativo installato è Xubuntu 6.06.

Collaborazione: Il progetto è stato creato grazie ad un contatto dell'associazione "Conoscersi per Crescere Insieme" di Pernumia (PD) che, nel mese di luglio 2006, ricercava un computer portatile da portare, nel loro prossimo viaggi in Kenya, a Selina Mobinda di Kibokoni.

Associazione ONLUS "Conoscersi per Crescere Insieme": È il progetto di educazione alla mondialità, alla interculturalità e alla solidarietà, attivo nella scuola primaria "A.Beolco" di Pernumia, istituto comprensivo "Zanellato" di Monselice.

L'esperienza personale di Paola Verna, presidente dell'associazione, e del dott. Andrea Dante, sommata alla conoscenza di una realtà fatta di villaggi di capanne di moltitudini di bambini e della scuola africana (Primary school di Kibokoni, Malindi) ha contribuito in modo determinante alla progettazione e realizzazione del percorso educativo-didattico che nell'arco di un decennio è andato ampliandosi e consolidandosi, tanto da coinvolgere alunni, insegnanti, genitori e per molti aspetti l'intera comunità di Pernumia.

Durante questi anni di lavoro il progetto ha sviluppato con gli alunni parecchie attività educative sia di conoscenza, intesa come confronto ed incontro della cultura africana, che di solidarietà, aprendo la mente di ciascuno, grandi e piccoli, e allargando così gli orizzonti. Attualmente vengono sostenuti economicamente negli studi circa 20 bambini della scuola primaria e secondaria di Kibokoni.

Selina è stata la prima bambina, ormai ventenne, ad essere adottata dai coniugi Andrea e Paola.
Kibokini è una scuola che sta crescendo sia per il numero degli alunni (attualmente 1.300) che per le strutture edilizie: sono state costruite, con le offerte raccolte in questi anni, delle aule arredate con banchi, una bibblioteca, i servizi igienici con doccie, un dormitorio per ospitare i bambini che abitano troppo lontano; ora è in corso la realizzazione di una mensa. L'istrizione per questi paesi significa porre le basi per uno sviluppo diverso, dare ai ragazzi gli strumenti per cambiare non solo la propria vita, ma anche quella delle generazioni future.

L'associazione ha sede in via Del Castello n° 18 a Pernumia (PD) e l'indirizzo e-mail è onluscpci@virgilio.it

Modalità di consegna e risultato: La spedizione, composta da un gruppo di amici e collaboratori dell'associazione, è partita a fine luglio 2006 da Verona con destinazione finale Mombasa. La preoccupazione più grande, all'arrivo a Mombasa, è stata quella di non riuscire a far passare in dogana il computer. Grazie all'esperienza del gruppo tutto è andato per il meglio e la donazione a Selina è andata a buon fine. Le immagini testimoniano il progetto portato a termine dall'Associazione di Promozione Sociale Faber Libertatis con enorme felicità di Selina e del gruppo.

http://www.faberlibertatis.org/

sabato 23 maggio 2009

Il mondo è sempre più piccolo!


22 maggio 2009, Fiera di Voghera

Il mondo è sempre più piccolo… gettare lo sguardo sulle bancarelle della fiera di Voghera (in provincia!), e trovare un kikoi (un kikoi!) made in Kenya… e chiedere “a quanto lo vendi il kikoi”?, i suoi scuri occhi si incuriosiscono, mi guardano incerti, perché l’oggetto in questione in Italy lo chiamano “telo pareo”. Kikoi? Non parliamo del prezzo (che mi dirà poi di venderli a 10-12 euro l’uno), iniziam a parlare delle nostre storie, e da buon keniota, lascia ad amici il suo banco merci, per potersi bere una birra con me, tutto molto pole pole, piano piano, litigando sul chi paga il conto…

Lui è Peter Gachihi, keniota, della tribù kikuiu. Nato nelle regioni centrali, trasferito poi sull’arcipelago di Lamu, abile commerciante come tutti i kikuiu… poi atterrato in compagnia di una muzungu a Torino… non son mica tanti i kenioti sul suolo italiano, pochi a Bologna, 43 a Torino, il grosso a Milano e a Roma…

È bello poter argomentare, raccontare, ascoltare… due mondi lontani che si incontrano per guardare ad un possibile futuro.

Grazie Peter, mungo akubariki, che Dio ti benedica e buona fortuna!!!

lunedì 19 gennaio 2009

domenica 11 gennaio 2009

Italy connection








Italiani brava gente. Italia pizza spaghetti alla bolognese. Italia un bel bicchiere di vino. Italia la nutella nel panino.

Ma… l’Italia è tutta qua?

Come se fosse un fenomeno da baraccone, in Kenya c’è chi la dipinge anche cosi: mafia, italy connection, pistole e doppiopetto.

Foto di un pulmino parcheggiato lungo una strada di Malindi… l’immagine dell’Italia all’estero è anche questo…

rrr

venerdì 12 dicembre 2008

Perder la testa tra finzione e realta’






Perder la testa tra finzione e realta’ (c’e da andar fuori di cotenna!!!)



Un giorno dallo stivale dei muzungu, l’Italia, mi arriva questa mail:

Lo sai a cosa giocano le bambine di circa 10 anni? Io l'ho scoperto con la nipote del mio fidanzato: conosci MYLIFE? Gioco di Barbie virtuale, si veste, si trucca, e le compri delle schedine da 10€ (reali!) per farle fare delle cose. Poi per esempio va in ospedale (la Barbie virtuale), e non si riesce a farla uscire.
La signora che vende questo giochino mi ha raccontato che un nonno è arrivato sconvolto al negozio, sbraitando che non è possibile che nessuno sappia come fare a farla uscire (la Barbie virtuale) dall'ospedale, e che la sua nipotina (reale!) stava sclerando!!! Il nonno che disperato, va dalla negoziante per farsi aiutare a risolvere la disperazione della sua nipotina! Poverina!!! Immagina come diventi difficile dialogare con bimbi così presi da un gioco di ruolo!

Ogni tanto, nei silenzi dei pomeriggi senza vento, mi rileggo il pezzo di questa mail... la barbie virtuale che non si riesce a farla uscire dall’ospedale... lo sclero del nonno e la disperazione della bambina... ma c’e da andar fuori di cotenna! Altro che povera bambina!!! Povero mondo! Poveri noi!

Se raccontassi questa storia ai padri e ai nonni dei bambini africani neanche capirebbero di cosa si stia parlando... mi guarderebbero coi loro occhioni imperscrutabili senza proferir parola... o scuoterebbero la testa prendendoci per matti... neanche bevessimo mnazi dalla mattina alla sera!

E’ terribile, i bambini (muzungu) sono sempre più soli e lasciati a se stessi... In africa i racconti e i nonni sono ancora un valore! Il nostro è un mondo in pesante contraddizione, e produce effetti sconvolgenti...

Ma che giochi sono mai questi? Quale valore possono insegnare? Cosa dovrebbero mai trasmettere? Non sarebbe meglio andare al parco giochi a fare splash splash nelle pozzanghere o stare in salotto a tirare la coda ai gatti? Dove son finite le macchinine e le piste per le biglie? Dove e’ finito l’amichetto della porta accanto?

In un mondo di demenziale e vorticosa follia c’e gente che spinge l’acceleratore per andare in discesa...

No comment

rrr



e poi guardo i bambini di Malindi che vanno in giro scalzi a saltare i fossi, che costruiscono palloni da calcio con stracci e nastro adesivo, hula hope con copertoni da bicicletta, macchinine ricavate da bottiglie dell’olio...

mercoledì 3 dicembre 2008

Donne locali, imprenditrici!



Donne locali, imprenditrici!



A cura di Renata

Il grande grattacapo arriva con la proposta di fare il micro finanziamento alle donne locali, un copiaa ed incolla del progetto che va a gonfie vele in Pakistan e in gran parte del mondo in sviluppo!

Ero molto scettica a riguardo, finche’ non ho deciso di esporre il progetto alle donne: mi serviva la loro massima collaborazione. Dalle esperienze precedenti avevo notato che le donne erano ben disposte verso di me, sono venute a scavare il canale per la tubatura dell’acqua quando e’ stato necessario, si sono schierate dalla mia parte quando c’erano problemi, con me hanno cominciato a parlare.

Solitamente quando c’erano le grandi assemblee con il Chief le donne sedevano da una parte, gli uomini dall’altra. Parlavano solo ed esclusivamente gli uomini, la donna non aveva la liberta’ di parola, anche se la questione come l’acqua poteva riguardare loro che alla fine vanno a comprarla e la portano in bidoni di 20 litri sulla testa. Le donne non potevano dire nulla, al piu potevano obiettare o acconsentire producendo un suono acuto, tipicamente arabo. Con me, si sono sentite piu forti, tutelate, e hanno cominciato a parlare, ed hanno cominciato anche ad essere ascoltate e quello che dicevano aveva un senso!

Essendoci questo tipo di gerarchia tra uomo e donna, tutte le donne che si sono presentate al primo appuntamento con me, avevano il consenso dei mariti. Al primo appuntamento erano in 18, la cosa che mi stupi’ molto era la puntualita’, che si e’ conservata fino aa oggi, puntualita’ nel venire agli appuntamenti, puntualit’ nei pagamenti!

All’ultima assemblea eravamo in 35 ed ho cominciato a raccogliere le foto e I dati per mettere il tutto sul sito internet olandese, dove I vari donatori scelgono chi sponsorizzare!

Il Massimo del credito acconsentito e’ di 20000 scellini (200 euro), ma alcune si accontentano di 5000 altre di 10000 e di 15000 scellini! Mi sono meravigliata della poca fantasia delle proposte di lavoro che facevano, la maggior parte delle donne voleva aprire un’attivita’ per vendere il pesce fritto o le patate fritte o chapatti e mandazi o il kiosko con viveri di prima necessita’, o il mnazi, vino di palma. Le donn Borana volevano tutte fare l’allevamento di capre e la vendita di latte!

Scelte dai donatori private olandesi le prime 44 donne hanno iniziato la loro attivita’ in gennaio (2008). Quando le altre donen del villaggio e quello adiacente e quello ancora piu lontano, hanno sentito che le donne di Mtangani avevano ottenuto un prestito, si sono tutte precipitate ai miei meeting che ogni due settimane contano circa 130 donne, e sulla lista di attesa ce ne stanno ben 250. nel frattempo abbiamo definito altri 17 nuovi contratti, e tutto funziona, a meraviglia, funziona!

Il gruppo di donne si riunisce ogni sabato mattina (sempre sotto il mio occhio vigile) per pulire il villaggio e ogni secondo sabato per I pagamenti delle rate. Che dire… con qualche parola in Swahili e qualcuna in giriama, un’altra in borana, con una buona organizzazione, con il rispetto dap arte mia ma anche dap arte loro le donne imprenditrici di Mtangani costruiscono e cambiano il loro futuro e quello dei loro figli!

Articolo tratto da “Pillole di Malindi”, N. 12

Un paese incomprensibile




novembre 2005

Il Kenya è un paese caratterizzato da profonde contraddizioni, che appaiono tanto pià inspiegabili quanto più 'occidentale' è l'occhio dell'osservatore. E' un paese dove è assolutamente naturale essere ammazzati per motivi tribali o vedere la propria terra confiscata (se non bruciata) da qualche forza di polizia al soldo di questo o quel candidato politico. Dove la delinquenza dei ragazzi di strada delle baraccopoli di Nairobi si contrappone al profondo senso di rispetto all'interno della banda di teppistelli, che si proteggono tra di loro e condividono tutto, con un senso di solidarietà che sembra impossibile tra persone che comunque sanno che probabilmente domani non mangeranno. Dove l'opera dei vari missionari (di tutte le chiese possibili) da una parte sconvolge per la dedizione di queste persone che affrontano in prima fila difficoltà assurde pur di accendere la speranza in miriadi di bambini orfani o figli di genitori disastrati, violenti; dall'altra fa nascere dei dubbi sul ricatto spirituale che alla fine ci sta dietro: ti do da mangiare, in cambio tu pregherai il mio dio...

Un paese dove per non alimentare nuove forme (subdole) di colonialismo si cerca di rendere la popolazione protagonista del miglioramento, e poi si scopre che gli assistenti sociali rubano i materassi mandati dall'Italia per fare in modo che la schiera di bambini che hanno a casa non dormano ammassati sul pavimento lercio: scandalizza, forse, ma non hanno diritto anche i figli dell'assistente sociale ad un materasso, magari da condividere in dieci?E ci si scandalizza per la pratica, diffusissima, dell'escissione sulle bambine: ma troveranno mai un marito se la loro madre, 'illuminata', non le sottopone a quella che tutte le donne occidentali considerano una barbarie? Così come viene spontaneo 'sgridare' le suorine di un ospedale di campagna, che ricevono l'attrezzatura medica da volontari italiani, e dopo aver lavato il bisturi lo mettono ad asciugare sul prato: ma sarà poi una cosa così drammatica in una realtà dove le donne partoriscono lungo la strada per raggiungere l'ospedale, o che comunque poche ore dopo aver partorito tornano nei campi a lavorare?

Di una cosa mi sto convincendo: non basta avere la mente libera da pregiudizi (cosa peraltro tutt'altro che facile) per capire questo Kenya, a volte è necessario proprio mettere da parte dei principi che a noi appaiono imprescindibili (come il rispetto per la donna, la cura dei bambini, il valore della vita) per potersi spiegare tutte queste contraddizioni. E qualsiasi posizione assuma l'osservatore bianco-pancia-piena rischia, nella migliore delle ipotesi, di trasformarlo in un nuovo colonizzatore. Forse è molto più saggio accettare la sensazione di 'impotenza' che tutto ciò comunica, e magari farsi qualche domanda in più rispetto all'origine dei nostri credo imprescindibili

Articolo tratto da: http://www.djemme.com/


martedì 18 novembre 2008

Fiat Uno che passione!



Ogni volta che la vedo mi ritorna in mente il mio primo amore … ma come si fa a non volergli bene a questo scatolone a quattroruote?

A Malindi ci sono due Fiat Uno tutte mezze sgangherate…ma sempre in condizioni migliori dei camion della Fiat che circolano e arrancano sulle strade, sembrando più dei pezzi di antiquariato che dei mezzi di trasporto e di carico…

E allora evviva il made in Italy! Che qui si traduce nella fortunata Piaggio che con la sua flotta di onnipresenti e scasciati Tuk Tuk (l’Ape Car proposto come taxi!) ha invaso le strade urbane del Kenya…

rrr




domenica 5 ottobre 2008

Italiani brava gente (parte 2)

E da brava gente che siamo, ecco cosa qualche italiano ha creato… buona lettura! E comprategli sta mucca!


robi rob



A cura dell’ASSOCIAZIONE KARIBU ONLUS in collaborazione con CHAKAMA ORPHANS SELF HELP GROUP

IL KENYA OGGI
Il Kenya e’ uno dei grandi Stati della costa centro-orientale dell’Africa. Solo il 10% della popolazione ha il controllo dell’economia, mentre il rimanente 90% e’ povero e privo dei principali servizi. Nonostante le apparenze anche il turismo apporta poco benessere alla maggioranza della popolazione gia’ minata da HIV, malaria e TBC. Al contrario, e’ causa di privazioni; per esempio l’acqua viene spesso sottratta ai villaggi a vantaggio dei grandi alberghi e complessi turistici. Il tutto il Paese infine le strutture scolastiche sono in gran parte carenti delle attrezzature fondamentali.

L’INTERVENTO
E’ da poco nata a Malindi un’associazione No Profit dal nome CHAKAMA ORPHANS SELF HELP GROUP, che, in collaborazione con KARIBU ONLUS e la supervisione e la mediazione del CDA (Coast Developmen Autorithy, un ente parastatale del Kenya preposto allo sviluppo delle aree piu’ povere della zona costiera), finanziera’ e aiutera’ nella realizzazione di un progetto di sostegno e sviluppo nel villaggio di Chakama.

CHAKAMA
Chakama e’ un piccolo villaggio nell’entroterra della costa Keniota. La zona, nonostante si trovi a soli 50 Km dalla ricchezza dei villaggi turistici e dal lusso delle case di villeggiatura di Malindi, e’ estremamente povera, senza servizi di base, senza strutture sanitarie adeguate e con misere capanne di paglia come abitazioni, prive di acqua potabile, luce e servizi igienici.

IN AFRICA SI FA COSI’: KARIBU
A parte le emergenze drammatiche, l’Africa non chiede carita’, l’Africa chiede sostegno nel fare. Per questo la nascita di questo progetto, creare un piccolo Comprensorio nel villaggio di Chakama con il doppio scopo di accogliere I bambini orfani e di farne un Centro di Formazione Professionale. In questo modo il Comprensorio diventera’ il cuore vero e proprio della Comunita’. Verranno fornite tutte le attrezzature ed il know how necessario per avviare processi di auto sostentamento attraverso le coltivazioni, l’allevamento, la pesca e l’artigianato.


LE STRUTTURE
Le strutture che faranno parte del Complesso saranno: dormitorio maschile, dormitorio femminile, aule scolastiche per Primary e Secondary School, mensa, magazzino, lavanderia, officina, capanna per cabina elettrica e autoclave, nursery per le mamme occupate nei lavori, ufficio di segreteria, edificio per lo svago e per le arti, piccolo ambulatorio medico, alloggi per medici, piccolo negozio.

“MI COMPRI UNA MUCCA?”
Sostienici adesso: per effettuare un ordine basta scrivere via mail a popifabrizio@hotmail.com oppure guidorocca@hotmail.com, indicando cosa si desidera donare alla comunita’ di Chakama ed, eventualmente, il nome che si vuole dare all’animale donato.



Per effettuare il versamento:
IN POSTA: Karibu Associazione Onlus
IBAN: IT48L0760114100000086083417 – ABI 07601 – CAB 14100
Causale: Progetto Chakama

IN BANCA: Karibu Associazione Onlus
BANCA POPOLARE DI SONDRIO
IBAN: IT54W0569601609000006036X37
Causale: Progetto Chakama

Italiani brava gente (parte 1)

Seppur potremmo esser definiti mammoni, mafiosi, modaioli, superficiali, vanitosi, chiaccheroni, impiccioni, casinisti, e ci autoeleviamo primi in classifica in una moltitudine di settori per un’inifita’ di cose, noi italiani siam anche quelli che vengon definiti “italiani brava gente”.

Derisi o amati esportiamo cio’ che siamo: italianita'. Italiani brava gente.

In Kenya siam amati, e la gente ci vuole bene. Siamo quelli dal cuore d’oro, quelli che offrono il proprio aiuto, la propria cooperazione. Il cuore ci si allarga, siam allegri, gioiamo e brindiamo alla vita.

Ci piace fare piu’ a pacche sulle spalle che cazziare e mazziare facendo il muso duro. Siamo quel che siamo, e questo ogni tanto ci porta anche ad esser poco rispettati, la nostra troppa cordialita’ (a differenza dei tedeschi e degli inglesi) delle volte ci si ritorce contro. Ma i locali ci amano, chissa’ cosa vedono in noi…

Siam quelli che fanno progetti e che creano associazioni, quelli che si buttano nel volontariato e che lavorano nella coorperazione, quelli che aiutano nello sviluppo e che elargiscono consigli (anche quelli gratuiti e inadeguati), quelli che spesso offrono denari…

Siam “italiani brava gente”, e da brava gente che siamo ogni tanto qualcosa di buono lo combiniamo…

(il continuo con la PARTE 2)

E tu? Che italiano sei?

martedì 23 settembre 2008

e pensare che è cosi buono

E pensare che in Emilia Romagna ci son più maiali che abitanti…

Mbuzi ulaya, se non fosse scritto così, i mussulmani neanche si siederebbero al tavolo!

Disgustoso… proibito… peccaminoso… sporco… perché qui in Kenya (forse anche altrove, dove convivono gomito a gomito differenti culture e religioni) c’è da cambiar il nome ad un piatto ed ad un animale per sedersi sotto lo stesso tetto per mangiare.

E pensare che in Italia c’è un business enorme con questo animale, dai prosciutti alle salsicce, dai salami alle pancette, se eliminassimo il maiale dalla nostra penisola, che ne sarebbe della nostra amata cucina? Stinco al forno, succulente costolette, lo zampone e il cotechino a fine anno, i ciccioli, il lardo, la coppa di testa e d’estate, le braciole… per passare dalla matricina alla carbonara.

Ma qui in Kenya altro che pork chop, mbuzi ulaya! Altrimenti il fedele all’Islam non entrerebbe nemmeno dalla porta del ristorante…

Mbuzi è la capra, ulaya vuol dire “da fuori”, quindi una capra da fuori (confine)


Ma dietro ad una proibizione, se intelligente, c’è sempre (almeno lo spero!) un buon motivo. In Medio Oriente, terra dove è nato l’Islam, fa caldo, e il maiale è un animale delicato… beh, non sembrerebbe a vederlo, mangia di tutto e si ruzzola nel fango, ma… ma il maiale se non controllato è soggetto fibrocisti e ad altre schifezze, quindi, perché rischiare a mangiarlo?

In paesi dove i controlli sanitari sono pressoché inesistenti (o non esiston veterinari), in paesi dove per l’animale c’è un alto rischio di contrarre malattie, molto più facile proibirlo, spaventando, vietando…

E cosi fedeli mussulmani, cattolici anglicani e protestanti, seguaci induisti e animasti, ognuno professando la propria religione (ci sarebbe da fare anche il discorso delle vacche…) mangiano ciò che vogliono sedendo ognuno con le gambe sotto lo stesso tavolo.

E mbuzi ulaya sia!!!

Amen…

lunedì 22 settembre 2008

La fissa del cibo

Ci viene cosi bene che sarebbe un peccato farne senza.

E cosi mandrie di italiani in vacanza e di residenti auto-esiliati all’estero, spulciano carte menù e scaffali al supermercato alla ricerca di quell’arte e di quella qualità che tanto piace e ci contraddistingue nel mondo: il cibo italiano.

A dose eccessive diviene una fissa, una droga a cui non è possibile farne a meno. E cosi come funghi spuntano ristoranti e pizzerie del made in Italy e si sdoganano grossi container di prodotti nostrani. Ma c’è anche chi tenta la fortuna e inizia a produrre il proprio business nel paese ospitante, dedicandosi alla produzione di mozzarelle e formaggi, di salsicce e gelati, di pane e di dolci…

Non c’è che dire, siam degli intramontabili buongustai, degli irrinunciabili affezionati alla buona tavola, meglio se nostrana.

Neanche in vacanza rinunciamo a questa travolgente passione, ristoranti e hotel all inclusive scolano spaghetti e condiscono maccheroni deliziando ospiti e commensali.


Tra le file dei residenti c’è chi infila in valigia una succulenta pancetta o una bottiglia di grappa, e chi invece invita parenti ed amici chiedendo loro di portare qualche regalo gastronomico, cercando di non farsi beccare all’aereoporto o allungando scellini per non farsi aprire la valigia…

Tempo fa al ristorante, ordinando un filetto di pesce grigliato, un tizio al tavolo a fianco chiede del pane e salame... osservo curioso la scena, tante belle fette rosate a macinatura media, ed inizio a produrre una certa salivazione... guardo nel menu’ e non c’e', hakuna salame, ma allora da dove salta fuori? Dalla riserva speciale del direttore d’albergo... e lui che mi dice che quelle poche fette gli costan piu’ dell’aragosta....

Lo cantava anche Samuele Bersani: “hai mai provato ad esportare la piedina romagnola?”


Inimitabile Nutella

Watamu. Supermarket da “Mama Lucy”. 350gr al costo di 390 Ks (circa 4 euro). Non ho resistito, un barattolo di Nutella.

C’è da esser fieri a sentirsi italiani, non starò qui a elencare tutte le leccornie che produciamo nel nostro Bel Paese, sarebbero troppe, e sarebbero troppo buone…

Ed una di queste è la Nutella, inimitabile, ineguagliabile, impareggiabile, nel quel di Alba ci hanno visto giusto… e cosi penso ad un caldo chapati o ad un soffice pancake spalmato e arrotolato di densa e cremosa bontà… da consumare ogni tanto, pole pole e kidogo kidogo, nelle serate di vento che spinge l’oceano Indiano. Fortuna che non son tipo da cucchiaio e vasetto in poltrona!

L’italianità per tanti è una mania, ma ho optato per rimanerne immune, cosi da non contribuire eccessivamente a quell’inutile trasporto merci che tanto fa globalizzazione...

Anche se nella mia dispensa potrete trovare olio extra vergine d’oliva italiano, pasta Buitoni o Barilla, lievito per dolci Pane Angeli o Bertolini e ogni tanto del pesto in barattolo, non sono un fanatico dell’italianità all’estero. A differenza di tanti miei connazionali in Kenya, compro caffè locale, biscotti kenioti in stile inglese, olive turche o spagnole, tonno asiatico, e non disdegno una bottiglia di vino del Sud Africa o del sud America… tutto il resto è locale, dalla spesa al mercato a quella nei duka (piccoli shop per locali), facendo spesa grossa tra i prodotti da scaffalatura nei supermarket arabi o indiani.

L’Italia la porto nel cuore, e ogni tanto mi accompagna anche nel piatto...