giovedì 11 dicembre 2008

Bruce Chatwin



"...la vera casa dell'uomo non è una casa, ma la strada
e la vita stessa è un viaggio da fare a piedi"...

Bruce Chatwin

Adriana Zarri, “Dodici lune”


Non ho mai amato la retorica morbida del “cammino per il cammino”.
Il cammino è per l’arrivo, ed io amo la gioia solida del porto:
approdare, giungere, concludere.
Eppure so bene, e sperimento, che c’è una gioia propria dell’andare,
dell’attendere e protendersi: l’aspettativa, la speranza.
Se il nostro porto fosse chiuso, limitato dai moli,
questa gioia, attraccando, cesserebbe.
Ne inizierebbe un’altra, però la prima sarebbe persa.
Invece il nostro porto è in mare aperto.
Nella scoperta inesauribile di un Dio infinito niente finisce.
La gioia dell’attesa non si spegne ma si riaccende ad ogni approdo,
ed ogni passo che avvicina discopre più vaste lontananze.
Noi approdiamo sempre, noi ripartiamo sempre,
e la gioia del camminare e dell’attendere
si salda con la gioia dell’arrivare e possedere.
Corsa e riposo, riposo e corsa;
attesa ed estremo esaurimento, esaurimento e nuova attesa
si avvicendano, in un dilatarsi senza fine.

Adriana Zarri, “Dodici lune”

Luo

Un tempo le popolazioni che abitavano sulle sponde del Lago Vittoria in Africa venivano chiamate i “POPOLI DEL KAVIRONDO” ed erano divise in piccoli gruppi e tribù. Oggi queste popolazioni si sono riunite in un’unica tribù che supera i 2.000.000 individui e sono conosciuti col nome di LUO.
I LUO sono originari del territorio del basso Sudan intorno al Nilo e appartengono per origine al ceppo dei Masai . Sono la terza tribù del Kenya per numero, dopo i Kikuyu e i Luhia.

La suddivisione
Oggi i Luo sono divisi in grandi sezioni a seconda della provenienza territoriale o dalle antiche origini:
JOKA JOK: il loro nome deriva dal loro grande capo, JOK.
JOKA OWINI: il loro nome deriva anch’esso dal loro capo, OWINI.
JOKA OMOLO: il loro nome deriva dalle loro origini nord-ugandesi.
JOKA SUBA: il loro nome deriva dalle loro formazioni: Luo e Bantu erano
mescolate in origine; oggi parlano tutti il DHOLUO.

Da popolo nomade a popolo sedentario
I Luo nelle loro lunghe migrazioni attraverso l’Africa erano diventati dei nomadi che allevavano bestiame e si arricchivano anche con guerre e razzie nei confronti delle altre tribù.
Negli ultimi 100 anni sono diventati un popolo semi-sedentario, coltivano la poca terra disponibile, mantenendo l’allevamento come occupazione prevalente.Lungo le coste svolgono attività di pesca, sulle caratteristiche barche a vela triangolare, chiamate dhow.

La famiglia
La struttura familiare dei Luo è detta “PATRILINEARE” perché l’eredità passa, da padre in figlio, solo ai discendenti maschi. Il gruppo familiare è costituito da un capo - famiglia, dalle sue mogli (nei Luo è comune la poligamìa) e dai numerosi figli e figlie.
Le figlie, quando si sposano, non appartengono più al gruppo familiare di provenienza, perché dovranno appartenere al loro marito.
La ricchezza del capo-famiglia influenza la grandezza del nucleo familiare, infatti più un capo-famiglia è ricco, più gli serve avere più mogli per avere molti figli da impiegare nella custodia dei beni e nella custodia degli animali allevati.Per la tribù dei Luo il numero è potenza, infatti una volta un capo-famiglia poteva avere perfino 50 mogli se era molto ricco o se era uno stregone.Bisogna sottolineare che presso i Luo erano diffuse malattie spesso mortali, e di conseguenza aver molti figli e mogli era un vantaggio per il continuo sviluppo della famiglia.
L’organizzazione tribale
I Luo appartengono ad un clan (= DHOUT): cioè a un gruppo di persone discendenti dallo stesso antenato.
I clan che vivono in una stessa zona e che sono uniti da legami di parentela formano un popolo (= OGANDA), con un capo chiamato RUOTH.
L’unione di questi popoli forma la tribù dei Luo.
Quando gli Inglesi occuparono la regione dove abitavano i Luo, nel Golfo di Kavirondo (Lago Vittoria), trovarono tredici circoscrizioni che corrispondevano alle tredici popolazioni.
Al tempo dei Luo, ogni capo tribù aveva un suo Consiglio, che lo aiutava nelle decisioni più importanti, ed era formato dai più anziani della tribù. Siccome le persone anziane erano le più sagge del clan, venivano considerate le più importanti.Il Consiglio controllava e giudicava le questioni molto gravi come delitti e razzie. Per le questioni minori si radunavano i Consigli Regionali e i Consigli dei Clan.Per quanto riguarda le questioni in famiglia, ci pensava il Capo Famiglia.


Info tratte da:
http://fc.retecivica.milano.it/dallo%20staff/Moderatori/RCMWEB/Tesoro/suk/nyandiwa/luo_ricerca.htm

L’inno nazionale del Kenya


INNO NAZIONALE KENYA - KENYA NATIONAL ANTHEM

Come viene cantato
• Quando si canta l’inno nazionale, tutti stanno in piedi: a scuola si canta al lunedì e al venerdì.
• E' anche una preghiera, serve per unirci tutti, uomini provenienti da differenti gruppi etnici, nell’unica nazione del Kenya


KISWAHILI:

Ee Mungu nguvu yetu
Ilete baraka kwetu.
Haki iwe ngao na mlinzi
Natukae na udugu
Amani na uhuru
Raha tupate na ustawi.

Amkeni ndugu zetu
Tufanye sote bidii
Nasi tujitoe kwa nguvu
Nchi yetu ya Kenya,
Tunayopenda
Tuwe tayari kulinda.

Natujenga taifa letu
Ee, ndio wajibu wetu
Kynya istahili heshima
Tuungane mikono
Pamoja kazini
Kila siku tuwe
Na shukrani.


ITALIANO:

O Dio di tutta la creazione,
benedici questa nostra terra e nazione,
la giustizia sia il nostro scudo e la nostra difesa,
possiamo noi vivere in unità, pace e libertà,
ci sia abbondanza entro i nostri confini.

Possa ciascuno e possano tutti riuscire nella vita,
con cuori forti e nella verità,
il servizio sia il nostro impegno più serio,
e la nostra patria del Kenya,
eredità di splendore,
possiamo noi sempre risoluti difendere.

Possiamo tutti all’unanimità
essere uniti da un comune legame,
costruire insieme questa nostra nazione,
e la gloria del Kenya,
il frutto del nostro lavoro,
riempia ogni cuore di riconoscenza.


INGLESE:

Oh God, of all creation
Bless this our land and nation
Justice be our shield and defender
May we dwell unity
Peace and liberty
Plenty to be found within our borders

Let one and all arise
With hearts both strong and true.
Service be our earnest endeavour,
And our Homeland of Kenya,
Heritage of Splendour,
Firm may we stand to defend.

Let all with one accord
In common bond united,
Build this our nation together
And the glory of Kenya
The fruit of our labour
Fill every heart with thanksgiving.


http://fc.retecivica.milano.it/dallo%20staff/Moderatori/RCMWEB/Tesoro/suk/nyandiwa/musica/inno.htm

Samburu


I Samburu sono un gruppo etnico africano nilotico diffuso nel distretto di Samburu, nel Kenya centrosettentrionale. Parlano la lingua samburu, appartenente al gruppo delle lingue maa come quella dei Masai, con cui sono strettamente imparentati (circa il 95% dei vocaboli delle lingue samburu e masai coincidono). Come i Masai, sono pastori semi-nomadi; allevano zebù, pecore, capre e cammelli; recentemente hanno iniziato a coltivare mais, patate e sorgo. A differenza dei Masai, si nutrono anche di cacciagione.

Il nome Samburu è di origine Masai e deriva dalla parola samburr, che indica una borsa di pelle che i Samburu portano sempre con loro. I Samburu si riferiscono a sé stessi come Lokop (o Loikop), che potrebbe significare "padroni della terra" (da lo, che indica possesso, e nkop, terra); non tutti i Samburu concordano su questa interpretazione.

Non è chiaro in quale epoca i Samburu siano diventati un'etnia distinta, ma quasi certamente ciò avvenne in epoca coloniale. I viaggiatori europei del XIX secolo chiamavano i Samburu "Burkineji" ("popolo delle capre bianche"), ma non è chiaro quali fossero all'epoca i legami con altri gruppi della zona. Alcuni Samburu sono discendenti dei Masai di Laikipia, che furono sterminati dell'Ottocento. Altri sono di origine Rendille, Turkana e Borana.

La struttura sociale, suddivisa per classi di età, appare un eccellente esempio di gerontocrazia anche se il contatto con la cultura occidentale sta sgretolando l'importanza degli anziani. La poligamia è consentita e diffusa presso i Samburu; un insediamento Samburu (detto nkang o engang o manyatta) può consistere di una sola famiglia, costituita da un uomo e dalle sue mogli; ogni moglie costruisce la propria casa con materiali trovati in loco, come bastoni, fango e sterco di mucca. Insediamenti più grandi ospitano in genere fino due-tre famiglie; solo gli insediamenti rituali (lorora) arrivano a dimensioni molto più grandi (20 o più famiglie).

I villaggi samburu sorgono in genere sulla cima delle colline. Le donne si decorano il petto con vistose collane fatte di perline colorate cucite sul cuoio (come i Masai) ma anche di peli di coda di elefante; portano braccialetti di rame, ottone o alluminio sulle braccia e sulle caviglie. Particolare rispetto viene attribuito ai fundi, i fabbri, professione che in genere viene abbracciata e coltivata da una intera famiglia.

http://www.it.wikipedia.org/

Vuoi giocare al nano libero?



I nani da giardino hanno un’anima. Ma i crudeli esseri umani l’hanno imprigionata in ridicoli corpi di gesso e li hanno ridotti in schiavitù, costringendoli a sorridere inebetiti nei giardini delle villette.

Lo sostengono i membri del “Fronte di liberazione dai nani da giardino”, un movimento nato in Francia nel 1995 che si prefigge di restituire la libertà a queste creature. Le statuette sono sottratte alla prigionia. Al loro posto, un biglietto che recita: “I vostri nani sono tornati in libertà”.


I militanti del Malag (il movimento italiano di liberazione dei nani) li conducono invece nei boschi e ne distruggono la gabbia di gesso in cui è imprigionata l’anima, per permetterle di ricongiungersi con la natura.

Altri attivisti, più pacifici, li portano addirittura in vacanza. I nani liberati in Italia sono attualmente oltre 4000.

Articolo tratto da GEO, una nuova immagine del mondo - N. 9

A testa alta o la difficile arte di portare i pesi



Una passeggiata con sedie, vasi e asciugamani sulla testa. Una donna sudafricana percorre chilometri per arrivare al suo villaggio, dove mostrerà alla famiglia ciò che ha comprato. Messo sul capo, ogni carico risulta essere più leggero: secondo gli scienziati, infatti, ciò che è posto sulla testa “pesa meno” e fa risparmiare energia. I più abili sono i porter dell’Himalaya: in salita, a passo disteso, portano carichi che superano anche del doppio il loro peso. E sono più efficienti dei soldati che marciano con lo zaino in spalla. A conoscere questo principio sono in tanti: dai pescatori del Gambia, che si caricano pesce e bilance di ferro sopra il cappello, fino alle donne iraniane che si destreggiano nei mercati con in testa un vassoio di bicchieri. I bambini, invece, preferiscono portare sul capo gli agnellini stanchi di camminare. In India, la testa serve per evitare il contatto con i materiali tossici: nello stato di Gujarat le donne trasportano pezzi di amianto lontano dai figli. Le donne africane hanno in testa la famiglia: un cesto di frutta da vendere e, legato alla fronte, un kikoi per portare con sé il figlio da allattare.

Articolo tratto da GEO, una nuova immagine del mondo - N. 9