martedì 3 febbraio 2009

Metti una sera a cena




Come si fa a non esser felici quando ti aprono le porte di casa per un invito a cena sapendo che sei il loro secondo muzungu che va a fargli visita?

Venerdi 5 settembre 2008, località Chocha, un grande villaggio alla periferia nord di Malindi.

Luce bassa sopra le fronde delle palme, il sole scompare colorando di rosa le poche nuvole sospese nel cielo... scendo dal matatu con un grosso scatolone in mano, facce incuriosite a bordo strada iniziano a guardarmi, nei loro occhi leggo parole non dette “Che ci fa un muzungu qui a quest’ora della sera?”. Fortunatamente dopo un po’ viene a prelevarmi William...

Attraversiamo la strada e prendiamo un sentiero tra capanne di fango e makuti... a illuminare i miei passi incerti soltanto fioche luci di qualche lampada a cherosene e i fuochi delle donne che sedute a terra rimestolano dentro pentole fumanti sulla strada... una scuola, un campo da calcio senza erba, facce nascoste dal buio e dalle ombre della notte, e poi in lontananza la luce di una lampadina, la casa di William, unico fabbricato in muratura dotato di corrente elettrica.

Bambini, bambini ovunque, sembran dopati dall’arrivo del muzungu, varchiamo la soglia di casa, son le 8:00 di sera, altri bambini distesi a terra, “Jambo, Jambo, Habari? Mzuri! Na wewe? Mzuri sana! Karibu!! Asante!!!” e cosi faccio conoscenza di moglie figli parenti cugini e vicini di casa... tanti saluti e mille sorrisi, tutto il villaggio e’ li a guardare, e i bambini son ora arrampicati alla finestra a chiedere “caramella, caramella”.

Mi fanno accomodare nella stanza della lampadina, un tavolino al centro e qualche sedia attorno, a me hanno riservato l’unica poltrona di casa, son l’ospite d’onore!!!

Apro lo scatolone delle meraviglie, regali per l’invito a cena, una bottiglia gigante di fanta un’altra di coca cola (per i bambini del vicinato), un pacchetto di sigarette con una bottiglia di Kenya Ken (rum made in Kenya, per l’uomo di casa), un kikoi (per la moglie del padrone di casa), 2 Kg di riso basmati (gli si sono illuminati gli occhi!!!), una torta fatta con le mie mani (ambito regalo per tutte le bocche), vestitini per i bimbi, penne pennarelli gomme e quaderni... ed una bottiglia d’acqua naturale per me (sempre meglio portarsene dietro una!). Son tutti esterefatti, quanti regali! Gli occhi che sorridono, grazie grazie, asante sana!!! Mungu akubarichi! (Che Dio ti benedica!)

Viene servita la cena, wali wa nazi & kuku (riso al cocco con pollo), chapati, qualche patata, ma la moglie? Non mangia con noi, nella stanza della lampadina solo ospiti e uomini, le donne stanno altrove in compagnia dei bambini...

Son bellissimi i suoi due figli, una femmina di 8 anni radiosa come il sole e il piccolo maschietto di 3 anni quieto come un geco. Meta’ Giriama (moglie) meta’ Luo (William)

Con assoluta dignità e con un’immensa ospitalità godo questa spartana cena (spartana agli occhi di un muzungu, da festa d’onore per i canoni keniani), respirando il calore che il popolo keniota sa trasmettere. È bello poter condividere qualcosa, entrare nel loro quadretto famigliare, provare a mangiare con le mani facendo ridere tutta la banda, portare doni e sorrisi...

Grazie William, grazie... anche questa è un’esperienza made in Kenya.

Chakula cema (buon appetito) e lala salama (buona notte), Muzungu Rob

Khanga, una sentenza da indossare (11)


Mungu in wetu sote

Dio per noi tutti

Johannes Itten, il colore



Il colore è vita, un mondo senza colori sembrerebbe morto.
Come la fiamma produce la luce, la luce produce il colore.
Come l'intonazione conferisce colore alla parole parlata,
il colore conferisce un suono spiritualmente realizzato alla forma.
(...) Cosa sarebbe il mondo senza colori?
Un universo infelice di ombre

Johannes Itten

Tiwi (parte 2)





Barche di pescatori a riva ad attendere nuovamente l’alzarsi della marea… granelli di sabbia bianca in cui far sprofondare dolcemente le dita dei piedi…

Camminare, l’occhio curvo a terra che cerca conchiglie, bianchi pezzi di corallo che la forza del mare ha strappato alla barriera corallina…

Palme che sfidano il soffio dell’oceano e che suonano la musica del vento, per poi, passo dopo passo, arrivare alla foce del Kongo River, un piccolo fiume da guadare, l’acqua che non sa dove andare, il fiume che scorre contro un oceano che spinge…

Sullo sfondo una distesa di baobab, immensi alberi secolari piovuti a testa in giu’ dal cielo, e la’, su una radura vicino al fiume, la vecchia moschea Kongo che troneggia indisturbata, meta del mio pellegrinare.

Un ragazzo di nome Alì rasetta a terra, cappellino mussulmano in una bianca tunica lunga sino ai piedi, nei suoi occhi il riflesso del sole.

La moschea Kongo è una delle poche (se non l’unica rimasta) moschea in roccia corallina (appartenente alla cultura swahili) ancora in funzione sulla costa. Tutte le altre non sono che rovine, monumenti a testimoniare la gloria e la ricchezza di un tempo passato…

Chiedo gentilmente ad Alì se posso entrare, mi guarda, lo guardo, cerco di fargli capire tutto il mio rispetto. Ok va bene, si entra da quella parte, c’è da lavarsi i piedi, mi allunga un pezzo di stoffa, devo coprir la nudità delle mie gambe, entro, deposito sul pavimento le mie cose, dentro è fresco e non c’è nessuno, c’è odor di salsedine, son emozionato, felice, è la prima volta che entro in una moschea, e questo luogo emana un’energia speciale, sentendomi un privilegiato ospite d’onore.

Sottovoce gli pongo i miei mille quesiti, gli chiedo quali gesti e quali azioni compie un buon mussulmano quando si reca in una moschea come questa, dove va e cosa fa, mi risponde che siede legge e prega…

Gli chiedo se posso trattenermi un po’ di tempo per pregare, in solitudine e in silenzio. Acconsente. Mi siedo vicino ad una colonna su tappeti troppo logori che han visto tempi migliori, tappeti che raccontan la storia delle persone che “vivono” questo luogo, e se si sta in silenzio, si riesce a udire il loro canto che si perde nel fruscio del vento…

Rimango lì seduto ad occhi chiusi (in seiza) un tempo imprecisato, mi chino portando la fronte a terra, e prego… prego un Dio universale, ciò che sta al di sopra delle cose delle persone e delle religioni, quell’entità o quell’essenza che permea tutto e che non è rinchiusa tra le righe e le parole dei testi sacri. Le religioni non sono che alfabeti, un mezzo per comunicare, perché la somma essenza non ha ne codici ne nomi…

Un rumore di passi, qualcuno che entra e siede sfogliando le pagine di un libro, sarà il corano? Lentamente apro gli occhi e mi alzo, saluto Alì uscendo e pongo la mia offerta votiva in una cassetta.

Dirigo i miei passi verso il fiume, barcaioli annoiati in cerca di turisti si sbracciano gesticolando qualcosa, vado oltre e riprendo il cammino… uccelli fenicotteri… le curve del fiume… baobab e mangrovie, granchi che sgambettano nascondosi dentro le loro tane… ragazzi che spaccano conchiglie per estrarre il mollusco che gli farà da esca, nell’altra mano la lenza, amo e filo arrotolato ad un pezzo di legno…

Fotografo nella memoria questa pace e questo silenzio, ciao Tiwi, è giunto il momento di prendere il matatu per tornare a Malindi…

Robato Msafiri

Elettricità in città




Norme di sicurezza? Inquinamento elettromanietico? Dispersione ed efficienza? Vane parole nella terra a cavallo dell’equatore…

Breve panoramica dell’elettricità a Mombasa

Mitica Piaggio!




Deve aver fatto furtuna qui la Piaggio, tra vespe e ape car ha invaso le tutte le strade percorribili del Kenya. I tuk tuk (l’ape car adattata a taxi) sono onnipresenti. Qualità made in Italy. Scoppiettano e scatarrano avvolti dal loro stesso baccano. E le vespe? Presenti anche se in minoranza… il mercato delle due ruote (e delle auto) è in mano all’Est e alla Cina.


Netturbini a Malindi




Sembra incredibile che la professione del netturbino, l’omarino con la ramazza in mano, esista anche qui a Malindi. A veder la condizione delle strade in città e conoscendo i loro disinteressati modi del gettare qualsiasi cosa non serva più per terra o fuori dal finestrino… Per loro l’immondizia non è un problema, ci convivono, la bruciano davanti a casa o per la strada.

Dovreste veder poi le condizioni di lavoro dei netturbini col camion, dotati soltanto di una pala e di un piccolo sacco logoro… qui per le strade non esistono cassonetti, la gente butta in appositi angoli (ma anche ovunque!) la propria immondizia, formando sgradevoli montagnole maleodoranti… Ogni tanto qualcuna prende fuoco, spesso qualcuno ci va a ravanare, immancabilmente vedrai capre e galline andarci a mangiare…

E tra tutto questo i due omarini con gli stivali (i più fortunati hanno anche i guanti e un fazzoletto sul naso!) la raccolgono con la pala per metterla sul sacco, per poi gettarla sul cassone del camion con le mani… altro che comodamente seduti a premere un bottone e tutto è fatto!

Poverini, qui non se la passan tanto bene i netturbini!