lunedì 7 settembre 2009

La palma da cocco, come il maiale...


So che non suona ne romantico ne esotico… ma la palma da cocco e’ un po’ come il maiale per gli italiani: non si butta via nulla.

Dall’albero si fabbricano tetti mobili sedie e utensili… con la bava vegetale che probuce l’albero la si usa come spugna per lavare i piatti… utilizzando le foglie si puo’ convogliare l’acqua piovana per poi usarla per bere… bruciando sul fuoco i gusci si allontanano le zanzare… il frutto lo si beve e lo si mangia, la polpa la si usa in cucina… dalla palma si ricava un succo che lasciato fermentare diventa vino… e dimentico di elencare ovviamente gli altri mille usi a me ancora sconosciuti…

Ma lo avreste mai detto? Proprio come per i maiali italici.

domenica 6 settembre 2009

Gli Stati Uniti d'Africa




Gli Stati Uniti d'Africa
di
Abdourahman A. Waberi

In breve

Un mondo alla rovescia. La ricca e prospera federazione degli Stati africani è assediata da profughi in fuga dalle misere e insanguinate terre euroamericane. Una giovane donna bianca percorre la strada inversa a quella che l’ha tratta in salvo.


Il libro

Gli Stati Uniti d’Africa sono una prospera federazione, vi si fanno traffici e affari in moderne megalopoli, automobili di lusso viaggiano sull’autostrada 99, gli uomini sono evoluti e benestanti, tutti bevono l’Africola o il Neguscafè. Alle sue frontiere si accalcano però miserabili profughi, senza casa, cibo e speranza, in fuga dall’Euroamerica, sottosviluppata e funestata da guerre interetniche. Anche Maya, la protagonista del romanzo, ha percorso questo tragitto tempo fa. Nata in Normandia da una donna alcolizzata, è stata adottata da “papà dottore”, come lo chiama lei, un pediatra in missione umanitaria in Francia che l’ha ricondotta con sé ad Asmara. Allevata dalla coppia africana, colta, ricca e compassionevole, che non le ha fatto mancare amore e istruzione, Maya è cresciuta come gli altri africani nel benessere del consumismo. Ha sofferto un po’ di essere una diversa, “faccia di latte” per i compagni di scuola, ma ciò non le ha impedito di trovare una sua strada, coltivare gli studi artistici e diventare una promettente scultrice che esprime nell’arte disagio e aspirazioni. Il dolore tuttavia arriva anche in questo paese felice: dopo la malattia e la morte della madre Maya decide di fare un viaggio a ritroso in cerca della madre naturale e delle proprie origini. Ritrova così l’Europa e i suoi mali, in un duro periplo lontano dalla dolcezza delle coste africane nelle terre tristi e desolate che l’hanno vista nascere, che la sconcertano e la fanno soffrire. Ma forse anche qui un riscatto è ancora possibile. La storia di Maya, in forma quasi di racconto orale, è svolta da una voce narrante che si rivolge direttamente a lei favorendo l’identificazione. Grazie allo scavo in profondità degli stati d’animo e allo stratagemma dell’inversione di prospettiva, Waberi riesce a far sentire come ci si sente dall’altra parte del mondo e come deve apparire l’opulenta vita occidentale agli occhi altrui, in un romanzo originale, ricco di trovate, colorito, che fa riflettere.

Gli Stati Uniti d’Africa è stato pubblicato da Morellini nel 2007.

In avanscoperta a Takaungu







In avanscoperta, una mezza informazione, un pizzico di fortuna… Percorrere strade non ancora percorse, cercare luoghi non ancora visitati, andare la’ dove sembra non esserci nulla, e finalmente trovare qualcosa per cui vale la pena fermarsi… Takaungu (*1) (*2).

Takaungu e’ un piccolo villaggio di pescatori fronte oceano posizionato sulla sponda dell’omonimo creek. La strada sterrata si perde entrando nel villaggio in mille vicoli e vicoletti. Non un turista e nessun uomo bianco all’orizzonte. Tutto e’ fermo come per incanto e la vita scorre lenta al riparo dal sole. Uomini e donne dalla pelle color nocciola sono seduti all’ombra di una qualche pianta o sonnecchiano su qualche stuoia di ukindu intrecciato. E’ il mese del ramadam, tutti son provati dalla fame e dalla sete, niente cibo e bevande alla luce del sole...

In sella alla mia Bajaj mi addentro tra capanne di fango e baracche fatiscenti, ho bisogno di chiedere informazioni... un ragazzo speranzoso di ricevere qualche scellino si presta a farmi da guida, lo carico destinazione creek, uomini dalla lunga tunica bianca tipica muslim e berretto in testa bivaccano pigri su panchine col tetto in makuki cercando di ingannare la fame e lo scorrere del tempo...

L’azzurro dell’oceano sfuma su bianca sabbia per poi confondersi col cielo, canu (canoe ricavate dal tronco di un albero) e dhow (tipiche imbarcazioni swahili a vela) sono a riposo per la bassa marea. Ascolto le loro storie... arabi che dall’Oman son giunti fin qui via mare per caricare schiavi e poi ripartire... il corano che ancora oggi viene letto sia in arabo che in swahili... i tempi delle preghiere e le moschee... la barca a remi di “Caronte” che pagato dallo Stato fa traghettare cose bestie e persone da una sponda all’altra del creek... il riso al cocco e il samaki grigliato... e penso a tutti quei wazungu (uomini bianchi) residenti che sorseggiano calici di vino nel lusso delle loro ville e a tutti quei turisti italici che sforchettano spaghetti nel loro resort fronte mare.

Sorrido e ringrazio di cuore, “Salama alekum”, “Alekum salam”, l’avanscoperta continua...

4 settembre 2009

Roberto Msafiri on the road


(1) Takaungu – Il nome del villaggio nasce da una necessita’ e significa “c’e’ bisogno di unire”, di collegare una sponda all’altra, per permettere alle persone di attraversare l’insenatura evitando cosi km e km di bush…
(2) Prima dell’arrivo degli interessi asiatici (cinesi, giapponesi…) non esistevano ponti sulla costa: la strada finiva dritta in acqua dove ad attenderti c’era una improbabile bagnarola che caricava persone mezzi bestiame e cose per esser trasportate da una sponda all’altra… ora formulando accordi di reciproco aiuto (sfruttamento delle risorse ittiche keniote…la colonizzazione ha cambiato prospettiva, globalizzazione…) hanno costruito ponti.

Shake baby shake


Shake baby shake… move the matako baby! Shake baby shake!!

Un perizoma bianco su pelle suadente nera. Flessuose bellezze si dimenano a suon di rap ragatton e hip hop sulla pista. Un palo su cui srotolare le proprie abbondanze. La security tiene a bada qualche ormone che si e’ mosso di troppo. Dondolii, strisciamenti, luci basse: sono di scena sinuose dee color dell’ebano.


Sabato sera si shekera allo Sturdust.

E allora tutto diviene festa…

sabato 29 agosto 2009

Hippie muzungu lady


Fa strano vederla con una gonna scolorita e sgualcita, una canotta sfilacciata che ha visto tempi migliori, cibatte infradito e una pettinatura alquanto hippie – lei e’ una ragazza muzungu sui 25 anni dall’accento inglese che si fa pagare il conto del ristorante da un ragazzo di colore, praticamente una scena alquanto bizzarra sulla placida costa del Kenya…

Siamo nell’entroterra di Gede, in un ristorantino very local in cui mi godo riso biriani in salsa di cocco con un trancio di pesce fritto (wali biriani wa nazi na samaki), lui ha una camicia pulita dentro pantaloni stirati, lei addenta qualcosa con le mani, la televisione proietta una lagnosa telenovela indiana e tutto il ristorante è impallato davanti allo schermo a guardare le immagini senza capire una sola parola di hindi.

Chiamo il boy perché ho finito di mangiare il mio piatto di chakula (cibo) e vorrei lavarmi le mani. L’improbabile coppia se ne è appena andata, pago il conto di circa 4 euro con bibita e riprendo la moto destinazione Watamu, il sole fuori è dritto sulla fronte e il vento si diverte a prendermi a schiaffi…

Bye bye hippie muzungu, buona avventura in questo Kenya.

Col vento in faccia sulla mia nuova Bajaj



Schiaffi di vento, il sole che imbrunisce la pelle, a tratti spruzzi di pioggia, gli occhi che corrono a 180 gradi, non e’ mai troppa la prudenza sulle strade all’equatore…

E cosi con la mia nuova “piki piki” (moto), una Bajaj (fabbricazione indiana - dicono che sia strong), con i suoi 100 cc di cilindrata percorro le strade polverose e trafficate di Malindi, per poi imboccare sterrati incontaminati tra palme e baobab, tra terra rossa e roccia corallina…

Delle volte spostandomi mi manca il matatu, o le mie scarpe ai piedi, ma questo in un’altra mail…

Saluti, rob

rieccoci qua

e rieccoci qui sui tasti, in Kenya, sempre Malindi riva dell'Oceano Indiano, sempre il solito lento lentissimo internet, fuori splende il sole...

non so se saro' produttivo come gli anni scorsi, hinshalla', la stagione e' appena iniziata...

saluti, e nuovamente karibu sulle pagine del mio blog

rrr